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SOLETTA 2022

Recensione: Rotzloch

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- Il primo accattivante lungometraggio di Maja Tschumi ci scaraventa senza paracadute tra le mura di un centro per rifugiati nel quale quattro giovani tentano di ricostruirsi

Recensione: Rotzloch

Presentato in prima mondiale alle Giornate di Soletta dove concorre per il Prix de Soleure, Rotzloch di Maja Tschumi non indietreggia di fronte a nulla presentandoci senza falsi pudori il quotidiano di quattro giovani rifugiati "rinchiusi" (non solo nel senso metaforico del termine) nel centro d’accoglienza di Rotzloch, vecchio borgo e zona industriale del Canton Nidvaldo, in Svizzera. Luogo che sembra ormai disabitato, situato all’uscita delle gole del Rotz, Rotzloch è considerato come il più vecchio spazio protoindustriale del Canton Nidvaldo. Cosa ci fanno Mahir, Habibi, Amir e Issac in questo posto dimenticato dal mondo? Quali sono le prospettive d’integrazione per uomini (non ci sono donne tra i 150 ospiti del centro d’accoglienza) a cui tutto è negato: permesso di lavoro, possibilità di viaggiare, istruzione e divertimento (sì perché anche questo fa parte di una vita degna) ?

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Dopo essere fuggiti dal loro paese, i quattro protagonisti di Rotzloch si ritrovano in una prigione senza porte, perduta tra le montagne svizzere. Sarà proprio da qui che la loro nuova vita avrà inizio, un luogo nel quale ricostruirsi dopo un viaggio straziante marcato dalla violenza e da un passato che vorrebbero dimenticare. Quello che rende il primo lungometraggio di Maja Tschumi particolarmente interessante ed intrigante è il suo angolo d’approccio. Senza cadere nella trappola del buonismo a tutti i costi o della denuncia politica fine a sé stessa, la regista preferisce lasciare parlare i corpi dei suoi protagonisti. Malgrado un pudore che li ricopre come una corazza inscalfibile, Mahir, Habibi, Amir e Issac si mettono a nudo di fronte alla cinepresa mostrandoci la loro interiorità a fior di pelle. La regista bracca i loro corpi, superando l’epidermide attraverso dei piani ravvicinati che ci confrontano inesorabilmente con l’individuo che si nasconde dietro l’etichetta di “rifugiato”.

Malgrado le innumerevoli restrizioni e l’insicurezza legata ad una situazione precaria, quello che marca a fuoco ogni conversazione tra i giovano immigrati è il tema dell’intimità visto attraverso il prisma della sessualità o dell’amore. Confrontati ad una realtà spesso molto lontana da quella del loro paese d’origine, Mahir, Habibi, Amir e Issac devono fare i conti con le proprie certezze. Cosa vuol dire veramente "essere un uomo"? Quale attitudine avere nei confronti di una sessualità (sempre e rigorosamente eterosessuale) che non può più basarsi su di un rapporto di dominazione tra i generi?

Grazie ad una musica elettronica dai toni krautrockeggianti che sembra tradurre le angosce inespresse e inesprimibili dei quattro protagonisti, Maja Tschumi sembra volerci dire che in fondo una redenzione a senso unico non è possibile. Ogni personaggio nasconde in effetti nel suo intimo delle paure e delle angosce che la società, la cultura nella quale è cresciuto gli ha insegnato a reprimere. Toccante da questo punto di vista la scena nella quale il giovanissimo Habibi, seduto sul letto e attorniato dai suoi pupazzi, dice alla madre di potersi far carico da solo dei problemi finanziari della famiglia. Rotzloch ci obbliga a confrontarci con il “diverso”, con una realtà che tendiamo spesso a relegare alla periferia del nostro quotidiano, una realtà che merita infine di essere accettata in tutta la sua potente complessità.

Rotzloch è prodotto da Distant Lights Filmproduktion (Zurigo) e dalla SRF Schweizer Radio und Fernsehen.

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