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NAMUR 2021

Recensione: Lui

di 

- Guillaume Canet propone una variazione sul tema dell'artista in crisi di ispirazione che fatica a far entrare a pieno lo spettatore nella tormentata psiche del suo protagonista

Recensione: Lui
Guillaume Canet in Lui

Io, io ed io, o piuttosto "me, myself and I" come dicono con più sfumature gli anglosassoni, è questo il manifesto programmatico del nuovo film di Guillaume Canet, Lui [+leggi anche:
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, presentato in anteprima al Festival internazionale del film francofono di Namur, che ha scritto, diretto e interpretato.

"Lui" (Guillaume Canet, appunto) è seriamente perduto. Questo musicista parigino in crisi di ispirazione lascia moglie e figli per andare a ricaricare le batterie nei pressi di una scogliera, in una casa isolata e misteriosa dove scricchiolano i pavimenti e forse anche il passato. Con tanto di prestiti dai codici del fantastico, la messa in scena ci fa capire che Lui non è lì per caso, e che non è affatto sereno. Con questo ritiro, fugge i suoi obblighi sia professionali che personali, verso sua moglie e verso la sua amante. Qualcosa da esorcizzare, sicuramente. Ma cosa? Rapidamente, alcuni visitatori incongrui cominciano a fornire una risposta alla domanda.

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Gli eventi prendono una piega divertente. Le conversazioni telefoniche lasciano il posto a conversazioni fantastiche, dove Lui chiama al suo capezzale di malato grave in piena crisi paranoica moglie (Virginie Efira), genitori (Nathalie Baye e Patrick Chesnais) e figli, amici (Mathieu Kassovitz, Gilles Cohen) e amante (Laetitia Casta), per aiutarlo a fare il punto sulle origini del male: perché è un tale "stronzo" (cit.)?

Lui si fa quindi aiutare per fare il suo esame di coscienza, regola i suoi conti, ma soprattutto cerca di immaginare come i suoi parenti possano voler regolare i conti con lui. Fino a quando non realizza l'ovvio: non importa quanto tenti di esternare i suoi demoni facendoli incarnare da altri, il vero nemico, l'unico, è quello interiore. A meno che non si stia aggirando lassù in soffitta. Questo spiegherebbe tante cose...

Guillaume Canet torna con Lui a un meta registro già utilizzato nel tono della commedia (piuttosto ironica) con Rock’n’Roll [+leggi anche:
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, utilizzato qui guardando invece al fantastico o al thriller psicologico. Quindi sì, "Io è un altro". "Ho un doppio che vive in me", grida. La figura del doppio è un motivo ricorrente nel cinema, e non è una sorpresa, ma forse fa irruzione un po' tardi qui, a due terzi del film. Lui, il personaggio, che finalmente impone l'unico e vero soggetto del film: un Guillaume Canet nel bel mezzo di una crisi dell'ego.

E’ facilmente intuibile come il confinamento e i tanti rinvii delle riprese abbiano fatto riflettere il cineasta e attore francese, che ha colto l'occasione per buttare nero su bianco tutte le proprie domande esistenziali, a cominciare da: come essere una brava persona, o in mancanza di ciò, come essere felice con quello che si ha? Ma la dimostrazione gira un po' a vuoto, soprattutto quando i tanti (troppi) attori che si sono fidati di lui, e che sembrano limitarsi a comparsate di lusso, si ritrovano a declamare atrocità etichettate come tali anche dall'autore stesso, oppure quando quest'ultimo sembra spiegare le debolezze del suo personaggio condannando il suo doppio piuttosto che chiedersi da dove provengano, o quando il potenziale fantasy del film finisce per essere sottoutilizzato.

Lui avrebbe potuto offrire una riflessione più approfondita sulla paternità, il fatto di essere un uomo, un figlio, un marito, un amante o un amico in questi tempi di rimessa in discussione del patriarcato, invece il progetto si attiene a un ritratto elegante ma privo di profondità di un delirio megalomane osservato con troppa o troppo poca autoironia.

Lui è prodotto da Trésor Films e coprodotto da Caneo Films (Francia) e Artémis Productions (Belgio). Le vendite internazionali sono gestite da Pathé, che lo lancia il 27 ottobre prossimo in Francia. Il film sarà distribuito in Belgio lo stesso giorno da O’Brother Distribution.

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(Tradotto dal francese)

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