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VENEZIA 2021 Biennale College Cinema

Recensione: La santa piccola

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- VENEZIA 2021: L’opera prima di Silvia Brunelli è un affresco a tratti leggero e a tratti drammatico di un’umanità divisa tra il sacro e il profano, ambientata nel Rione Sanità di Napoli

Recensione: La santa piccola
Gianfelice Imparato e Sophia Guastaferro in La santa piccola

“Napoli è una città promiscua, dunque divertente. Puoi trovarci di tutto: erotismo, bellezza, sacro e profano”. Parola del vincitore del Leone d’Argento di Venezia 78 Paolo Sorrentino. Parole che la regista Silvia Brunelli sembra condividere a pieno, a giudicare dalla sua opera prima, La santa piccola [+leggi anche:
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, presentata alla stessa Mostra di Venezia, nell’ambito del progetto Biennale College Cinema. “Erotismo, bellezza, sacro e profano” sono esattamente gli ingredienti che Brunelli, classe 1988, mescola nel suo film, una favola dolceamara girata nel Rione Sanità della città partenopea, dove i miracoli sembrano accadere per davvero.

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In una Mostra che più che mai ha celebrato Napoli e i napoletani con i suoi film in selezione (È stata la mano di Dio [+leggi anche:
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), è sbarcato anche questo piccolo e interessante titolo tratto dal libro omonimo di Vincenzo Restivo che, sullo sfondo del Vesuvio, mette in scena lo spettacolo variopinto delle credenze popolari accanto al percorso erotico-esistenziale di due amici per la pelle.

L’inizio del film è scoppiettante: durante una processione religiosa guidata da Don Gennaro (Gianfelice Imparato), una colomba va a schiantarsi sulla statua della Madonna e precipita a terra, esanime. Pochi istanti dopo, una dolce bambina dal volto angelico le si avvicina, le fa una carezza e la rimette in volo. Miracolo! La bambina si chiama Annaluce (Sophia Guastaferro) e da quel momento, per gli abitanti del rione, sarà “la santa piccola”. Subito dopo conosciamo il fratello maggiore di Annaluce, Lino (Francesco Pellegrino), inseparabile dal suo amico del cuore Mario (Vincenzo Antonucci), con cui condivide la passione per il calcio, le serate in discoteca ed esperienze sessuali, anche a pagamento, che si fanno sempre più ambigue.

È a Lino che tocca portare i soldi a casa e prendersi cura della sua sorellina, così come di sua madre Perla (Pina di Gennaro), la quale, immersa in uno stato di torpore depressivo e con la sigaretta sempre in bocca, si dimentica di fare la spesa, e talvolta anche di chiudere il gas. Le cose cambiano quando la loro casa, di cui non riescono più a pagare l’affitto, diventa meta di pellegrinaggio di orde di fedeli che chiedono ad Annaluce la grazia, in cambio di giocattoli, vassoi di sfogliatelle e, soprattutto, tanti soldi. La mamma sembra rinata con questa nuova “attività” e per Lino sembra non esserci più posto (“questo ormai è un luogo sacro”, “tua sorella è miracolosa e deve stare bene”, “non metterti in mezzo, finalmente Dio ci assiste”). Così il ragazzo si rifugia dal suo amico Mario, che nel frattempo vediamo sempre più turbato e incline a un sentimento nei riguardi di Lino che va ben oltre l’amicizia fraterna.

Uscito dal laboratorio della Biennale di Venezia che dal 2012 sostiene la produzione di opere prime e seconde low budget, La santa piccola è un affresco a tratti leggero e a tratti drammatico di un’umanità divisa tra il sacro e il profano, che da una parte arriva a sfiorare punte surreali, e dall’altra mostra il suo lato più carnale, persino crudo. Il film, scritto dalla regista con Francesca Scanu, si muove tutto su questo doppio binario e i due filoni stentano a dialogare fra loro, disperdendo a lungo andare l’energia della premessa iniziale. Ma per la sensibilità e l’originalità del suo sguardo, è comunque un’opera prima godibile e promettente.

La santa piccola è prodotto da Rain Dogs con l’aiuto sul territorio di Mosaicon Film, Antracine, Nuovo Teatro Sanità e Accademia di Belle Arti di Napoli. La distribuzione internazionale è affidata a Minerva Pictures Group e TVCO.

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