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CANNES 2021 Concorso

Recensione: France

di 

- CANNES 2021: Bruno Dumont punta una spietata lente di ingrandimento e uno specchio sulle ambizioni discordanti e la presa di coscienza di una scomoda verità sullo stato del Paese e delle sue anime

Recensione: France
Léa Seydoux in France

"Si stava alzando una tempesta che nessuno vedeva arrivare". Bisogna forse risalire alla fonte (Par ce demi-clair matin di Charles Péguy) che ha ispirato a Bruno Dumont il suo nuovo film France [+leggi anche:
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scheda film
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, molto ben accolto alla sua prima mondiale in concorso al 74° Festival di Cannes, per chiarire un malinteso di cui il regista ed ex professore di filosofia probabilmente non si cura, ma che tuttavia offusca la comprensione delle sue profonde intenzioni. In effetti, se il regista sembra lanciarsi in una feroce satira del mondo del giornalismo televisivo incarnata dal suo personaggio principale France de Meurs (Léa Seydoux), è piuttosto la brutale irruzione della realtà nella vita di un popolo e di una nazione ad essere al centro della trama. La presa di coscienza di un imminente annientamento, di una presenza mostruosa che non avremmo mai voluto vedere, una presa di coscienza innescata da un banale incidente stradale, come un velo che si squarcia, svelando la nuda verità su di sé e sul proprio Paese.

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"È incredibile come la gente ti ami, sei la più grande giornalista di Francia, France". Conduttrice della trasmissione Un regard sur le monde (lett. Uno sguardo sul mondo), adorata dal grande pubblico, vive con il marito e il figlio in un appartamento molto grande e decorato in modo ostentato, vestita dai più grandi stilisti e spinta costantemente all’esaltazione dalla sua volgare e lusinghiera assistente Lou (Blanche Gardin), France de Meurs offre una visione in prima linea dei conflitti (intervento militare occidentale nel Sahel, traversata del Mediterraneo da parte di migranti in fuga dalle guerre, sordità e impotenza del potere di fronte a un episodio di insurrezione in Francia) attraverso una messa in scena degli eventi soggettiva in cui la donna si ritaglia la parte del leone. Si inventa anche qualche informazione, godendo della sua posizione, finché un giorno non investe e ferisce Baptiste, un giovane uomo di famiglia molto povera che le rimanda un’insopportabile immagine di sottomissione. Il velo si squarcia allora, illuminando senza pietà France sulle sue colpe e sul suo ambiente, liberandone le emozioni...

Scendendo dalla montagna con le sue discordanti tavole della legge, Bruno Dumont non fa alcuna concessione allo spettatore ("il peggio è il meglio"), denunciando una mistificazione generale di cui il giornalismo è solo un messaggero (auto) manipolato in un panorama che profuma di Apocalisse. Mostrando in superficie una lussuosa bruttezza, il film (una sorta di finzione e di saggio allo stesso tempo) consegna un sottile messaggio metafisico sulla colpa e sul perdono che ha già attraversato più volte la filmografia di Bruno Dumont, ma il suo proposito di fondo si nasconde molto bene sotto un’apparenza piuttosto nichilista e un ritratto particolarmente acido. Ma come sottolinea alla fine France de Meurs, una volta liberatasi del suo passato, "il mio lavoro è il mio lavoro. Lo accetto. Esiste solo il presente".

Prodotto da 3B Productions con Arte France Cinéma, i tedeschi di Red Balloon Film e del Bayerischer Rundfunk, gli italiani Tea Time Film, di Ascent Film e di Rai Cinema, i belgi di Scope Pictures, France è venduto da Indie Sales.

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(Tradotto dal francese)

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