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CPH:DOX 2021 Dox:Award

Recensione: Passion

di 

- Maja Borg offre un racconto solenne, ma sorprendentemente privo di passione, della scoperta di sé attraverso i rituali BDSM queer e il cristianesimo

Recensione: Passion

Aspettate a scaldarvi: se la sinossi di Passion [+leggi anche:
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scheda film
]
di Maja Borg (proiettato nella sezione Dox:Award del CPH: DOX) sembra suggerire qualcosa di stuzzicante e controverso, in verità non è quel tipo di storia. La sua ricerca di appagamento sessuale ed emotivo dopo una relazione traumatica potrà anche includere qualche primo piano sulle corde e i segni che lasciano sulla pelle, ma non ha nulla a che vedere con alcune recenti proposte mainstream degne di un Razzie. È molto più tenero, delicato e, purtroppo, anche alquanto noioso.

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È comprensibile che, in un momento in cui il mondo sembra appassionarsi a personaggi verginali che firmano loschi contratti con magnati degli affari, Borg si sbarazzi di tutto quel potenziale sensazionalista. Le persone che mostra sono consapevoli delle loro azioni, altamente rispettose e generalmente si aiutano a vicenda. Forse sarebbe stato più interessante concentrarsi su questa comunità e non sul “viaggio spirituale” della regista, dal momento che Passion sembra a volte la lettura di un diario, in cui Borg racconta le sue esperienze in modo poetico e molto descrittivo.

Il problema è che è davvero difficile capire cosa stia attraversando, e questo è un problema in un film che ruota attorno al tentativo di provare qualcosa, qualsiasi cosa, o almeno qualcos'altro, dopo che un'esperienza dolorosa fa scattare un disperato bisogno di cambiamento. I temi religiosi vanno e vengono, insieme a frasi come "non ho più guance da porgere", ma per rinascere veramente, stavolta la sessualità ha bisogno di fondersi con la spiritualità. Anche se, d'altra parte, forse è sempre stato così: in fondo "passione" deriva da una parola latina che significa sofferenza, ed essere umani è desiderare qualcosa che non è alla nostra portata. “Quello che si ottiene sono scorci di ciò che la chiesa chiama 'grazia'”, dice qualcuno qui, e sì, questo è quanto di meglio si possa ottenere.

Tuttavia, qui non si vuole giungere a una particolare conclusione. Al contrario, Borg ascolta storie e continua a sperimentare. Da un punto di vista visivo, tutto è un po' caotico, dalla fotografia in bianco e nero sgranato a scene accuratamente costruite che mostrano vari rituali, e il film prende vita solo quando le persone cominciano ad aprirsi. Ogni persona con cui parla sa perfettamente l'impressione che danno "questi tipi strani, questi sadici", ma tutti analizzano i propri bisogni in modo molto chiaro, predicando che "vivere pienamente è giocare”, che è un bel pensiero. Ed è anche la migliore conclusione che si possa sperare da questo film.

Passion è prodotto da Stina Gardell per Mantaray Film, Andrea Herrera Catalá, Almudena Monzú e la regista per Amor & Lujo e Maja Borg Film rispettivamente.

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(Tradotto dall'inglese)

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