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NAMUR 2020

Recensione: Une vie démente

di 

- I registi belgi Raphaël Balboni e Ann Sirot realizzano un lavoro da equilibristi, affrontando un argomento serio con fantasia e determinazione

Recensione: Une vie démente
Jo Deseure, Jean Le Peltier e Lucie Debay in Une vie démente

Con Une vie démente [+leggi anche:
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intervista: Raphaël Balboni e Ann Sirot
scheda film
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, il loro primo lungometraggio che aprirà il 2 ottobre il Festival internazionale del cinema francofono di Namur, Raphaël Balboni e Ann Sirot trattano con emozione e umorismo un argomento serio: cosa fare quando i nostri genitori regrediscono all'infanzia? Bisogna mettere la nostra vita tra parentesi in attesa della loro morte?

Alex (Jean Le Peltier) e Noémie (Lucie Debay), sulla trentina, vorrebbero avere un figlio. Ma i loro piani vengono stravolti quando Suzanne (Jo Deseure), la madre di Alex, inizia a fare cose da pazzi. Questo perché ha contratto la "demenza semantica", una malattia neurodegenerativa che influenza il suo comportamento. Spende generosamente, fa visite notturne ai vicini per mangiare un toast, si fabbrica una patente falsa con colla e forbici. Suzanne la madre diventa Suzanne la bambina ingestibile.

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È intorno a questo paradosso che si svolge la storia di Alex, Suzanne e Noémie: è davvero il momento giusto per avere un figlio quando tua madre sembra essere tornata una bambina? Mentre si preparano a dare la vita, questa sembra scivolare via da Suzanne. Eppure, a un esame più attento, Suzanne non è mai stata così viva come da quando è malata. Alternativamente sopraffatto e iper volenteroso, Alex si farà completamente carico della malattia di sua madre, la cui autonomia diminuisce a vista d’occhio.

La malattia isola, il paziente ovviamente, ma anche chi lo circonda. È lo sguardo lucido ma amorevole di Noémie che permetterà ad Alex di abbracciare la malattia, la follia di sua madre piuttosto che combatterla. Perché stranamente, mentre l'alienazione mentale di Suzanne la libera, sollevandola da ogni inibizione, è suo figlio che dovrà a sua volta liberarsi. Questa follia, cosa dice alla fine delle nostre vite ordinate, dove tutto è così inquadrato?

Per affrontare questo tema, i registi hanno scelto di mettersi dalla parte della vita. Grazie al loro metodo di lavoro, a un dispositivo coinvolgente e a un fragile ma sconvolgente equilibrio tra umorismo ed emozione, riescono, senza mai negare la gravità della situazione, ad affrontare con fantasia e leggerezza un argomento pesante, risolvendo con maestria questa ricca equazione resa possibile dal cinema: uno sfondo tragico moltiplicato per una forma comica dà emozione.

Il metodo di Sirot & Balboni è partire da quelle che chiamano "opportunità" (attori con cui vogliono lavorare, luoghi in cui vogliono girare) per costruire gradualmente la storia. La sceneggiatura è scritta durante le tante prove, a poco a poco. Gli attori, i loro corpi e le loro personalità, così come le scenografie, partecipano al materiale del racconto, che si sviluppa come un organismo composto da tutte queste parti, sin dal suo concepimento.

L'economia dei mezzi è qui trascesa da una creatività formale abile e significativa, come quelle poche scene che mettono a confronto la coppia e Suzanne con il mondo esterno, girate in uno studio unico. Il processo di inventare la narrazione in stretta collaborazione con gli attori offre un sorprendente senso di verità e dà l'impressione che tutti, in definitiva, siano follemente vivi.

Une vie démente è prodotto da Julie Esparbes per Hélicotronc. Il film, venduto nel mondo da Be For Films, uscirà il 4 novembre in Belgio, distribuito da Imagine Film Distribution.

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(Tradotto dal francese)

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