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SAN SEBASTIAN 2020

Recensione: DNA

di 

- Maïwenn torna alle sue origini trasferendo l'energia traboccante del suo cinema in un film intimo, giusto e molto toccante sul lutto, la famiglia e la trasmissione delle radici algerine

Recensione: DNA
Maïwenn e Marine Vacth in DNA

"È il suo sangue che mi scorre nelle vene". Da Pardonnez-moi [+leggi anche:
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(2006), il percorso cinematografico di Maïwenn non si è mai dissociato dal suo carattere vitale ed esuberante, in cui amore e sofferenza si intrecciano inestricabilmente. Ma le sue ultime due opere, Polisse [+leggi anche:
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e Mon roi [+leggi anche:
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, distintesi a Cannes nel 2011 e nel 2015, esploravano situazioni che, pur non essendo poco comuni (la pedofilia e la passione distruttiva per un narcisista perverso), non rientravano in un orizzonte di esperienza universale, a differenza dei temi del lutto e della famiglia affrontati nel suo ottimo nuovo film, DNA [+leggi anche:
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, etichettato dalla Selezione ufficiale del Festival di Cannes 2020 e presentato nella sezione Perlak di San Sebastian.

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Questo ritorno a una forma di semplicità nulla toglie allo stile impetuoso della regista francese, alla sua propensione per un cinema-verità corale di risate e lacrime, in cui si esprimono sentimenti molto potenti cercando di mantenere le distanze (il che non è sempre facile) dalla follia tossica di certi legami familiari. Ma questa immersione in un presente tumultuoso, carico delle inevitabili emozioni che nascono dal dolore – considerato l'impatto immediato (al capezzale del morto) e le conseguenti decisioni da prendere (quale bara? Che tipo di cerimonia? Quanto dev'essere religiosa? Cosa dire? Chi dovrebbe essere invitato? ecc.), inevitabilmente accompagnate da accese discussioni – apre anche la porta a ricordi dimenticati e a una maggiore consapevolezza delle proprie radici.

"Nella nostra famiglia, nostro nonno è sempre stato la spina dorsale". Quando Émir Fellah (Omar Marwan) muore in una casa di riposo parigina, è straziante per tutti, specialmente per sua nipote Neige (interpretata dalla stessa Maïwenn, che raramente è stata così giusta). Tre generazioni si riuniscono per rendere un ultimo omaggio al defunto, arrivato in Francia all'età di 22 anni: le sue figlie (Fanny Ardant e Caroline Chaniolleau), i suoi nipoti (Maïwenn, Marine Vacth, Florent Lacger, Henri-Noël Tabary) e i suoi pronipoti (in particolare Dylan Robert), a cui si aggiungono degli ex coniugi (Louis Garrel e Alain Françon), per un susseguirsi di momenti di emozione, condivisione, tensione, distensione, incomprensione, riconciliazione, regolamento di conti, ecc. La vita in tutte le sue sfaccettature… Ma per Neige, che è sull’orlo della depressione, è tutto più intenso e si lancia in una ricerca del DNA per conoscere esattamente le sue radici, e trovare così pace interiore e libertà.

Scritta dalla regista con Mathieu Demy, la sceneggiatura riesce a trovare un ottimo equilibrio tra acutezza drammatica e un respiro quasi comico legato alla logistica del lutto, dando profondità ai tanti personaggi e ai loro legami, rispecchiando tutte le sfumature dell'identità algerina del defunto (foto, archivi televisivi) e affrontando diversi temi sociali molto attuali (nazionalità, integrazione, religione, doppia cultura). Il tutto dà vita a un'opera commovente che segue due percorsi personali (quello di una viva che incrocia quello di un morto), come un ponte gettato tra due cuori maltrattati e tra le due sponde del Mediterraneo.

Prodotto da Why Not Production e coprodotto da Arte France Cinéma, DNA è venduto da Wild Bunch International. L’uscita francese è guidata il 28 ottobre da Le Pacte.

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(Tradotto dal francese)

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