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VISIONS DU RÉEL 2020

Recensione: Kombinat

di 

- Il terzo lungometraggio di Gabriel Tejedor ci conduce per mano nelle viscere di una Russia che continua a fare i conti con il proprio passato malgrado sogni un avvenire migliore

Recensione: Kombinat

Dopo tre anni dal suo magnifico Rue Mayskaya [+leggi anche:
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, il regista svizzero Gabriel Tejedor torna a Visions du réel (Competizione internazionale) per presentare la sua ultima fatica, Kombinat [+leggi anche:
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, un film al contempo delicato e potente che parla di una Russia alle prese con i fantasmi di un passato (ma anche tristemente di un presente) soffocato da un governo autoritario che non lascia spazio alla riflessione personale. Per il suo terzo lungometraggio Tejedor si insinua nuovamente negli interstizi di una Russia di cui sembra conoscere molti segreti, un territorio complesso e multi sfaccettato dove la nuova generazione lotta con tutte le sue forze per mantenere viva una cultura che sembra svanire lasciando il posto ad un’iper produttività che di umano non ha ormai più niente.

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Magnitogorsk, città industriale nel cuore della Russia, vive al ritmo frenetico delle ciminiere della sua immensa fabbrica Kombinat, per decenni il più grande centro siderurgico dell’Unione Sovietica e uno dei maggiori del mondo. Lena, giovane mamma e figlia di metalmeccanici, insegna la salsa in una scuola che accoglie molti dipendenti della fabbrica e che è diventata con gli anni uno dei punti di svago principali per i lavoratori della regione. Sasha fa parte di loro, schiavo del Kombinat durante la giornata e ballerino appassionato la sera. Suo fratello Guenia e sua moglie pensano invece di lasciare la città per fuggire a un inquinamento che fa tristemente parte del loro quotidiano e che causa gravi problemi di salute alla loro figlia.

Ognuno a suo modo, i protagonisti dell’ultimo film di Tejedor si chiedono cosa ne sarà del loro futuro e cosa li lega ancora ad una città che si sta trasformando in pericolosa prigione. È ancora possibile sognare un futuro migliore in un mondo nel quale l’umanità ha lasciato il posto alla produttività? Con quale diritto distruggere un’intera comunità, la sua cultura e la sua storia in nome di un consumismo diventato ormai grottesco?

Dal passato al presente, da una stagione all’altra, il giovane regista svizzero dipinge con coraggio e poesia una nuova generazione di lavoratori che vorrebbero liberarsi dalla morsa soffocante del Kombinat ma che non trova ancora veramente il coraggio di farlo malgrado il pericolo (legato all’inquinamento) gli sta alle costole come un lupo affamato. La loro vita è fatalmente ritmata dalla fabbrica che ne determina il tessuto sociale, economico e politico in una frenesia capitalistica che sembra inarrestabile.

Tejedor entra nell’intimità di questi giovani che vorrebbero permettersi il lusso di sognare una Russia diversa, più umana e libera. Esteticamente potenti le immagini del Kombinat, filmato come se fosse un mostro tentacolare dalla corazza metallica in contrapposizione con la poesia intima delle scene che mostrano Lena, Sasha e Guenia con le loro famiglie.

La musica e il canto di una voce che sembra venire da un luogo immaginario si fondono con i momenti quasi onirici che mettono in scena l’interno della fabbrica, i lavoratori che arrivano in bus, di notte, sul posto di lavoro o ancora il laghetto accanto al Kombinat dove i bagnanti si immergono malgrado l’inquinamento. Kombinat è un film al contempo intimo ed universale che ci mostra la bellezza che si nasconde dietro le lamiere, l’umanità che si annida dietro la maschera grottesca della produttività e dello sfruttamento.

Kombinat è prodotto dalla ginevrina IDIP Films in collaborazione con la RTS (Radio Télévison Suisse) e venduto all’internazionale dalla ceca Filmotor.

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