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VISIONS DU RÉEL 2020

Recensione: Nemesis

di 

- Nel suo nuovo film, Thomas Imbach mette in mostra il suo talento camaleontico, capace di passare con stile e apparente facilità dalla finzione al documentario più sperimentale

Recensione: Nemesis

Presentato in prima mondiale a Visions du réel nella Competizione internazionale, Nemesis [+leggi anche:
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, ultimo film del regista svizzero Thomas Imbach, sfida la capacità dello spettatore a tessere legami fra elementi apparentemente eterogenei anche se uniti da uno stesso sguardo: quello del regista che scruta la realtà dalla finestra del suo atelier.

Nemesis è il risultato di sette anni di instancabili osservazioni da una postazione privilegiata, proprio di fronte al gigantesco cantiere allestito per demolire la storica stazione di Zurigo sacrificata in nome della costruzione di un carcere pronto ad accogliere 300 prigionieri (70% dei quali stranieri) nonché il nuovo commissariato di polizia. Un vero e proprio atto di “vandalismo architettonico” come lo definisce il regista stesso, che suscita in lui una strana e insidiosa nostalgia che lo porta a rivisitare la sua storia famigliare. Il film nasce dal desiderio espresso durante lo spettacolo pirotecnico di fine anno, quello di “non permettere al suo passato (come è il caso della storica stazione cittadina) di essere distrutto” a avantaggio di un progresso sempre più spietato.

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Sebbene questa sorta di osservazione compulsiva e sistematica abbia già dato vita, nel 2011, a un altro film di Thomas Imbach: Day Is Done [+leggi anche:
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, questa volta la sperimentazione sembra spingersi ancora oltre intersecando narrazione e ricerca formale in modo particolarmente originale. Se in un primo tempo i protagonisti di Nemesis sembrano essere le ruspe affamate che divorano la carcassa della stazione provocando dei rumori quasi animaleschi di fauci che si spalancano, che si scontrano con la narrazione della storia famigliare del regista (raccontata in voix off da Milan Peschel), questi lasciano progressivamente il posto ad un altro racconto (le cui similitudini con il primo non sono casuali). Le ruspe, le gru e i corpi ripresi da lontano dei fautori del nuovo progetto vengono sostituiti da quelli più legittimi degli animali che si impossessano dello spazio vuoto (una volpe più in particolare) e dei numerosi lavoratori del cantiere. Immagini accompagnate da racconti strazianti e violenti di immigrati clandestini in attesa di essere espulsi dalla Svizzera. La metamorfosi della vecchia stazione si trasforma per il regista in riflessione personale sul suo stesso passato ma anche sul futuro della nazione in cui vive: iper sicura e sempre più omogenea.

Le immagini (in 35 mm) riprese dalla finestra dell’atelier del regista: da lontano, da vicino o vicinissimo (catturate con il teleobbiettivo), in slow motion, in accelerato o all’indietro, svelano ciò che la frenesia del quotidiano nasconde: una coppia rapita dall’attrazione che li unisce, l’eleganza performativa delle mandibole delle ruspe, l’apparizione furtiva della natura nel bel mezzo della città, i fuochi d’artificio nel buio della notte. Tutto ciò, accompagnato dalla voce fuoricampo di Milan Peschel e da brani musicali (jazz, pop, rock) che sembrano apparire per magia, acquisisce un significato nuovo facendo scontrare con ancora più forza passato e presente: il ricordo della stazione ormai scomparsa, quello della famiglia del regista o quello senza tempo dei lavoratori presenti sul cantiere, con quello dei nuovi raduni trendy del suo quartiere che convivono con la disperazione dei racconti dei rifugiati.

Nemesis riesce a iniettare nella sperimentazione un’emozione e un discorso di denuncia che lo salvano dalla sterilità in cui avrebbe potuto cadere.

Nemesis è prodotto da Okofilm Productions (Thomas Imbach e Andrea Staka), che si occupa ache delle vendite all’internazionale, e Bachim Film.

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