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SOLETTA 2020

Recensione: Open Season

di 

- Il film della regista svizzera Sabine Boss parla della solitudine esistenziale di un uomo che pensa che la perfezione e l’ipercontrollo possano salvarlo dall’abisso

Recensione: Open Season
Stefan Kurt e Ulrich Tukur in Open Season

Abituata alle Giornate di Soletta, Sabine Boss ritorna dopo quattro anni di assenza con il suo ultimo lavoro Open Season [+leggi anche:
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, presentato in prima mondiale e in lizza per il Prix de Soleure. La sua filmografia si è da sempre interessata a personaggi psicologicamente ricchi e complessi, al contempo fragili e determinati. Verdacht mette in scena un uomo in apparenza senza storie accusato di molestie sessuali, mentre I Am the Keeper [+leggi anche:
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parla di Ernst, detto Goalie, bon vivant e ex detenuto che sogna di ricominciare da capo. Con il suo ultimo lavoro Open Season, la regista svizzera si attacca invece al crudele e spietato mondo degli affari attraverso gli occhi di Alexander Meier (Stefan Kurt), misterioso e glaciale responsabile finanziario.

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Il protagonista di Open Season si batte con tutte le sue forze per la sopravvivenza della ditta Walser. Collaboratore di lunga data, Meier è coscienzioso e perfezionista fino alla follia. La sua vita famigliare si sta però poco a poco sgretolando: padre e marito assente, Herr Meier non riesce più a conciliare lavoro e affetti. Quando la ditta Walser decide di accogliere tra le sue mura un alto dirigente senza scrupoli, Hans-Werner Brockmann (Ulrich Tukur), comincia una lotta per il potere che spinge Meier fino al limite estremo. Confrontato con i magri resti della sua esistenza, stanco di lottare contro un mostro assetato di potere, il protagonista di Open Season non vede che una sola possibilità per vendicarsi di Brockmann.

Quali sono le conseguenze di una vita passata a reprimere i propri sentimenti? Cosa significa sacrificare la propria vita in nome di una florida carriera? Con il suo Open Season Sabine Boss affronta queste domande scomode, puntando la cinepresa verso un mondo spietato che non tollera errori. La scena di apertura nella quale la regista osserva il suo personaggio dall’alto, come se non facesse già più parte del mondo, annuncia la sua fine a venire, la sua lenta e crudele decadenza. Stefan Kurt interpreta con giustezza e forza questo personaggio al contempo glaciale e fragile che sembra sgretolarsi sotto i nostri occhi. Il suo viso, impassibile e tutto sommato anonimo si trasforma con il passare del tempo in maschera grottesca, in parete frantumata che lascia intravvedere un mondo interiore congelato.

Sabine Boss riesce a mostrare l’uomo che si nasconde dietro il lavoratore forsennato, la fragilità nascosta da strati e strati di indifferenza. L’appartamento modernissimo e maniacalmente ordinato nel quale Meier finge ancora di vivere (si trova in una delicata fase di divorzio), il suo ufficio anonimo e silenzioso, monocromatico fino al parossismo, ma anche il suo completo perfettamente inamidato sembrano inghiottirlo trasformandolo in un automa senz’anima.

Sabine Boss ci parla della crudeltà di un mondo dove solo la performance conta ma anche e soprattutto di un uomo che ha perso tutti i suoi punti di riferimento. Alexander Meier non esiste senza il suo lavoro, il suo ruolo di “capo branco” (nella ditta ma anche nella sua vita privata) è messo in pericolo e come gli animali che bracca di nascosto attraverso un gioco virtuale che simula la caccia non riesce più a nascondere la sua vera natura. La sua mascolinità stereotipata si trasforma in umanità, in fragilità visibile da tutti, ed è questo per lui il vero dramma. Open Season mette in scena con coraggio ed eleganza formale un comandante alla deriva che decide di abbandonare la nave.

Open Season è prodotto da Turnus Film AG, SRF Schweizer Radio und Fernsehen e Teleclub AG, distribuito da Ascot Elite Entertainment Group.

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