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TORONTO 2019 Discovery

Recensione: Sweetness in the Belly

di 

- Zeresenay Berhane Mehari adatta il romanzo dell'autrice canadese Camilla Gibb con risultati discutibili

Recensione: Sweetness in the Belly
Dakota Fanning e Yahya Abdul-Mateen II in Sweetness in the Belly

Difret di Zeresenay Berhane Mehari, sul matrimonio forzato in Etiopia, ha vinto il Panorama Audience Award al Festival di Berlino nel 2014. Adattare il romanzo di Camilla Gibb Sweetness in the Belly [+leggi anche:
intervista: Zeresenay Berhane Mehari
scheda film
]
per il grande schermo è stata dunque un'ottima scelta. Tuttavia, ancor prima di mostrare il suo film nella sezione Discovery del Toronto International Film Festival, il regista aveva ricevuto molte critiche per il suo progetto.

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L'adattamento del libro era stato accusato di whitewashing dopo che una clip era apparsa su Internet e la gente aveva tratto le conclusioni sbagliate. Internet riteneva che fosse sbagliato che a interpretare la rifugiata etiope protagonista fosse l'attrice Dakota Fanning, a conferma della storica incapacità del cinema di raccontare storie africane da una prospettiva nera. È una bella lotta, ma è anche una lotta che Sweetness in the Belly ha voluto sostenere. A volte vale la pena aspettare per vedere un progetto prima di esprimere un giudizio negativo.

In effetti, il film evidenzia come il mondo preferisca i bianchi. Il regista è più interessato a raccontare la storia dell'Etiopia al momento della rimozione di Haile Selassie, imperatore dell'Etiopia, nel 1974, che a raccontare la storia di un’immigrata da una prospettiva bianca.

È un film delicato sulle comunità di immigrati e sulla lotta per superare i traumi del passato, raccontato con sentimento e compassione. Ma con qualcosa di così fragile, non ci vuole molto perché si rompa. Non è la rappresentazione del personaggio centrale il problema, ma piuttosto la lotta di Fanning per rendere Lilly un personaggio a tutto tondo e credibile. In difesa di Fanning, bisogna dire che è un ruolo difficile. È un'americana che interpreta una britannica, cresciuta in un santuario sufi in Etiopia, il che significa che deve dialogare in arabo. Piuttosto che condannati, i cineasti e l'attrice dovrebbero essere elogiati per aver osato tanto, e per non aver scelto di fare semplicemente un altro film ambientato in Africa in lingua inglese.

La vita di Lilly sembra essere una successione di eventi. Abbandonata dai suoi genitori, è rimasta a crescere in un santuario sufi. Supporta gli altri, aiutando le vittime della circoncisione forzata, e nel frattempo si innamora di Aziz Abdul Nasser (Yahya Abdul-Mateen II). Quando è costretta a lasciare il paese per motivi poco chiari, si trasferisce a Londra, dove scopre la verità sulle sue origini. Lilly inizia a lavorare in un ospedale britannico, dove incontra una donna etiope, Amina (Wunmi Mosaku), e il suo giovane figlio Ahmed (Rafael Gonçalves). Lilly aiuta Wunmi a creare un gruppo di supporto volontario per aiutare le persone a trovare i propri parenti in Etiopia. Tuttavia, la mancanza di sostanza di Lilly diventa ancora più evidente ogni volta che la carismatica Amina appare sullo schermo. Il regista avrebbe fatto meglio a seguire la storia di Amina perché è un personaggio più interessante, e Mosaku offre la performance più solida del film.

Il punto in cui il film è più interessante è quando mostra filmati d'archivio e parla del conflitto in Etiopia. C'è una sottotrama che riguarda il movimento anti-Derg. Ma il film non riesce a decidere se vuole parlare di Lilly o dell'Etiopia, e non risolve mai questo conflitto.

Sweetness in the Belly è una produzione irlandese-canadese, un titolo di HanWay Films e Entertainment One prodotto da Sienna Films e Parallel Films, con la partecipazione di Telefilm Canada, Eurimages, Ontario Creates e Screen Ireland. HanWay Films detiene i diritti internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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