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LOCARNO 2019 Concorso

Recensione: O fim do mundo

di 

- Basil Da Cunha ritorna con un lavoro esigente e poetico che mostra il lato oscuro di una Lisbona troppo spesso idealizzata

Recensione: O fim do mundo

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(Quinzaine des réalisateurs) il regista svizzero e portoghese Basil Da Cunha ritorna nel suo quartiere di predilezione: Reboleira, alla periferia di Lisbona, per filmare dei personaggi alla deriva che tentano di lottare contro i fantasmi del passato. O fim do mundo [+leggi anche:
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, presentato in concorso al Locarno Film Festival, è un omaggio senza concessioni a quanti ormai è stata negata la parola.

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Spira esce dal riformatorio dopo otto anni di detenzione per ritrovare la sua famiglia a Reboleira (Lisbona), una bidonville in procinto di essere rasa al suolo. Il ritorno a casa non è certo facile e Kikas, uno dei boss locali gli fa subito capire che il territorio è sotto la sua stretta sorveglianza. Spira deambula tra le rovine di Reboleira come un fantasma, cosciente che il futuro non ha molto da offrirgli. La prigione fa ormai parte del passato ma le sbarre, ora immaginarie, che lo imprigionano, nel suo quartiere lo attorniano come lance affilate.

Basil Da Cunha filma i corpi stanchi ma fieri degli abitanti di Reboleira con rispetto e una ricercatezza formale che li rende misteriosi e surreali. La complessità di un territorio dominato dalla violenza è mostrato in tutta la sua disperata bellezza, senza falsi pudori o igienizzante buonismo. Rispettare gli abitanti di Reboleira significa per Da Cunha mostrarne il lato luminoso e umano ma anche e soprattutto quello oscuro, brutale e per certi versi incomprensibile.

Anziché cadere nella pericolosa trappola del “buon selvaggio”, il regista ci propone di osservare (molto da vicino) dei personaggi complessi, affascinanti nella loro crudele ambiguità che cercano semplicemente di sopravvivere. In O fim do mundo niente lezioni di morale ma piuttosto un’osservazione sincera e diretta di una società nella società che molti preferiscono ignorare.

Da Cunha riesce abilmente a far coesistere realtà e finzione creando un mondo parallelo nel quale il concetto di marginalità si trasforma spesso in brutale poesia. I suoi personaggi: relegati in ghetti lontani anni luce da una Lisbona splendente e gentrificata tanto cara agli investitori esteri, ritrovano infine dignità e una parola che gli è stata a lungo negata.

Spira ci guida tra le strade spesso oscure di Reboleira come un ballerino sulla scena di un teatro in rovina. La malinconia dei suoi occhi e del suo viso, filmato da vicino, in penombra, sembrano riflettere la dura realtà di un mondo dove non c’è posto per la debolezza o la tenerezza. Per sopravvivere bisogna mostrare il proprio lato duro, come se l’amore fosse un lusso che i personaggi filmati da Da Cunha non possono permettersi.

L’uomo di Reboleira deve incarnare pubblicamente lo stereotipo del macho invincibile e intoccabile, pronto a tutto pur di difendere il proprio territorio. In O fim do mundo ci è però permesso guardare oltre la superficie, nel cuore di personaggi che sembrano non provare più niente. Da Cunha filma con rispetto e una dose affascinante di esoterismo i momenti in cui i personaggi diventano persone; quei brevi istanti di triste bellezza che rivelano l’umanità nascosta dietro la brutalità: Spira che ritorna a casa di notte dopo essere uscito dal carcere o ancora quando si ritrova da solo, lontano dal “branco”. O fim do mundo incarna in sé la magia del cinema, capace di farci vedere oltre la superficie aprendoci la mente verso territori inesplorati tra realtà e fantasma.

O fim do mundo è prodotto da Thera Production e RTS Radio Télévision Suisse e venduto all’internazionale da Wide Management.

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