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CANNES 2022 Quinzaine des Réalisateurs

Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk • Regista di Pamfir

“Anche se parliamo di bene assoluto, c'è sempre un effetto collaterale”

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- CANNES 2022: Abbiamo parlato con il regista ucraino delle origini del suo primo lungometraggio, del dialetto parlato dai suoi personaggi e delle possibili radici del film nel thriller britannico

Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk • Regista di Pamfir

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, presentato in anteprima alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, è il primo lungometraggio del regista ucraino Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk, che racconta la storia di un abitante della Transcarpazia che infrange la legge per aiutare la sua famiglia.

Cineuropa: Come è nata l'idea di Pamfir e quando hai capito che era necessario fare un film su questa storia?
Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk:
Ho conservato una buona abitudine fin dal primo anno di studi, quando il nostro insegnante di teatro, Valery Mykytovych Sivak, ci insegnò a tenere un diario delle nostre osservazioni, cioè a scrivere. Per me questi diari erano inizialmente fisici, poi sono passati al formato elettronico. Si può dire che lì si accumulano le idee, appaiono alcune osservazioni e prendono forma alcuni personaggi.

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Non so dire esattamente quando sia nata l'idea. Era da qualche parte in tutti questi registri e, a un certo punto, si è collegata al resto del puzzle e ha preso forma come storia. La prima idea era un messaggio: Volevo dire che se esiste un assoluto, questo assoluto ha sempre un effetto collaterale. Anche se parliamo di un bene assoluto, per esempio, ha sempre un effetto collaterale. Così ho voluto raccontare una storia su un piccolo effetto collaterale dell'amore incondizionato e su un uomo che resiste e lotta in queste circostanze specifiche. Un elemento chiave per me è stata la questione della coscienza, il concetto di moralità per chi sceglie di fare o non fare qualcosa. Si tratta, infatti, di una sorta di accordo con la propria coscienza, che è il prezzo che una persona paga per tale scelta.

Ha, il tuo cortometraggio Кrasna Malanka, influenzato questo lavoro?
Sì, certo, ho raccolto molte storie in questa regione, e ho visto storie in primo luogo relative alla Malanka [festa popolare ucraina e bielorussa], e in secondo luogo sulla vita nella regione di confine e su alcune delle sue caratteristiche. Naturalmente, lì è stato raccolto molto materiale e, direttamente, Krasna Malanka ha contribuito molto alla creazione della sceneggiatura e della storia nel suo complesso.

Nel film è presente il dialetto bucovino, che suona molto naturale. Come sei riuscito a ottenere questo risultato?
Premetto che non si può definire il dialetto bucovino, perché è carpatico e più vicino al dialetto hutsul; la Bucovina è incredibilmente multiculturale e sfaccettata. Le prove sono state molto lunghe e uno dei criteri principali era che cercavamo attori provenienti dall'Ucraina occidentale, in modo che non dovessero imparare la lingua da zero. Prima di affrontare tre mesi di prove, tutti gli attori hanno letto due libri, uno dei quali era Nonno Ivanchik di Petro Shekeryk-Donykiv, e hanno ascoltato audiolibri, come quelli di Yuriy Fedkovych. Hanno avuto il permesso di leggere Vasyl Stefanyk, ma Stefanyk è un po' diverso.

Per far sì che queste parole e questa pronuncia rimangano impresse, abbiamo chiesto l'aiuto del compilatore del libro di Shekeryk-Donykiv, Vasyl Zelenchuk. È uno specialista del dialetto e infatti gli attori hanno guardato a lungo dei video su YouTube prima di andare alle prove, hanno letto quel libro e poi sono venuti alle prove e hanno parlato con Vasyl dal vivo. È un linguista eccellente e capisce perfettamente come si costruisce la fonetica, e ha spiegato loro come costruire la loro lingua, fino alla costruzione delle frasi. È un grande specialista e ha aiutato tutti gli attori, tranne i gemelli e l'attore che interpretava Nazar [Stanislav Potiak], perché erano effettivamente originari di quella regione e praticamente madrelingua del dialetto. Quindi a volte anche loro ci hanno aiutato con alcune parole e con l'enfasi delle frasi.

Mi è sembrato che il film prendesse spunto dai thriller britannici, come i film di Guy Ritchie.
Non ci ho mai pensato e non ho mai cercato di imitarli. Non ho nemmeno un "riferimento". L'unica cosa che posso dire del film è che flirta con più generi - è stato anche un lavoro che ha comportato un grande entusiasmo. Ho dato per scontato che lo spettatore capisse come funzionano gli elementi occidentali, per poi portarlo a un punto in cui infrango le regole. In altre parole, questa struttura multigenere è un labirinto che lo spettatore deve seguire dopo aver pensato "l'ho già visto prima". Se si dovesse scomporre la storia, se ci si dovesse sedere e raccontarla, sarebbe molto semplice. Si può raccontare in quattro o cinque frasi.

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(Tradotto dall'inglese da Alessandro Luchetti)

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