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CANNES 2022 Semaine de la Critique

Clément Cogitore • Regista di Goutte d’Or

"Il mio motore è costruire enigmi e non cercare di risolverli, ma di enunciarli nel modo più chiaro possibile"

di 

- CANNES 2022: Il cineasta francese ha presentato un ottimo thriller sociale, notturno e urbano, messo in scena in modo brillante, su un presunto medium

Clément Cogitore • Regista di Goutte d’Or

Rivelatosi alla Semaine de la Critique cannense 2015 con il suo primo lungometraggio Ni le ciel ni la terre [+leggi anche:
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, Clément Cogitore ha fatto un ritorno spettacolare nella stessa sezione parallela, in proiezione speciale, al 75° Festival di Cannes con la sua seconda opera, Goutte d’Or [+leggi anche:
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intervista: Clément Cogitore
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Cineuropa: Da dove viene l’idea di una storia incentrata su un medium?
Clément Cogitore:
Ho vissuto a lungo nel quartiere Goutte d'Or di Parigi, mi affascinava e ovviamente mi ha ispirato a girare il film. Da questo gesto semplicissimo, quasi un cliché del quartiere, di questi ragazzi che distribuiscono volantini di sensitivi fuori la stazione metro di Barbès, mi è venuta l'idea di iniziare la storia lì. Ma soprattutto volevo lavorare su un personaggio che manipola le informazioni, che gioca sui sistemi di credenze. Ciò che mi interessa molto nel mio lavoro è il legame tra finzione e credenza, come si insinua nelle nostre vite e quale posto occupa. Quindi volevo un personaggio manipolatore, difficile da giudicare, che si ritrovi improvvisamente coinvolto nel suo stesso gioco e che inizi ad avere visioni reali o almeno a cogliere informazioni in modo irrazionale, il che lo porterà improvvisamente a porsi domande sul senso del suo mestiere e soprattutto a far crollare tutto il suo piccolo business della consolazione e della voce dei morti.

Si è documentato molto?
Sì, ma ho tenuto pochissime idee per quanto riguarda il medium perché i medium che ho trovato lavoravano male secondo me: erano troppo esagerati e sarebbero stati più adatti a una commedia folcloristica, che non mi interessava affatto. Così ho rinunciato alla documentazione e ho lavorato a lungo dicendomi: e se iniziassi io a fare questo lavoro con gli strumenti che ho oggi, come lo farei nel miglior modo possibile? A poco a poco, ho iniziato a costruire il sistema del personaggio. La ricerca si è rivelata utile per altre cose, come per i bambini migranti che vivono per strada, cosa che è effettivamente accaduta; ovviamente non è di questo che parla la storia, ma è rafforzata da molte informazioni sul quartiere e sulle interazioni tra i bambini e il quartiere.

Quale equilibrio o squilibrio voleva raggiungere tra un ritratto psicologico, un ritratto di quartiere, un ritratto sociale (e anche della situazione migratoria), il tutto con un pizzico di genere visto che c'è un cadavere?
Si è trattato di aggiustamenti piuttosto sottili, soprattutto a livello di sceneggiatura. All'inizio le cose che accadono sembrano grossolane, poi con il lavoro di scrittura e riscrittura si intrecciano, alcune cose si mimetizzano e appaiono come sottotesto, altre si rivelano in modo più visibile. C'erano cose attorno alla traiettoria del personaggio che volevo raccontare di questo luogo, di questo quartiere di Parigi adesso, dove c'è una forte tensione, una forte precarietà, il modo in cui la violenza attraversa anche la città e, al centro, gli esseri umani davanti alla morte e le storie confortanti che l'accompagnano.

Nel suo primo lungometraggio c'era il fantastico, qui lo sfioriamo. È qualcosa che le piace?
Sì. Come spettatore, ho bisogno che mi manchi qualcosa e che l'ambientazione, la storia, la messa in scena, risolvano questa mancanza. I personaggi cercano di delimitarla o guidarla. In Ni le ciel ni la terre si trattava di assenza, scomparsa, qui è piuttosto un corpo che arriva per il quale non abbiamo una spiegazione precisa su come sia stato trovato. Il personaggio riesce a cogliere frammenti di elementi, ma resta un enigma. Per me è un motore fondamentale del mio lavoro: costruire enigmi e non cercare di risolverli, ma di enunciarli nel modo più chiaro possibile.

Un regista è anche un medium.
C'è sicuramente una metafora racchiusa in questo personaggio, perché i registi possono anche essere narratori in senso lato. A che punto si scivola nella pura manipolazione e nella frode, e fino a che punto le cose che diciamo possono essere considerate consolanti o almeno di supporto nella misura in cui la storia lo consente, con l'obiettivo di aiutare uomini e donne a restare a galla?

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(Tradotto dal francese)

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