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SAN SEBASTIAN 2021 Concorso

Thierry de Peretti • Regista di Enquête sur un Scandale d'Etat

"Il cinema ci permette di mostrare le ambiguità dei metodi di lavoro dei giornalisti"

di 

- Il regista francese ha parlato con Cineuropa del suo film in concorso e ha rivelato perché si può imparare molto sullo Stato dal modo in cui affronta la criminalità

Thierry de Peretti • Regista di Enquête sur un Scandale d'Etat
(© SSIFF/Luiza Gonçalves)

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racconta la storia di Hubert Antoine, un ex talpa che contatta Stéphane Vilner, giornalista di Libération, affermando di essere in grado di dimostrare l'esistenza delle operazioni di traffico di droga dello Stato, guidate da Jacques Billard, personaggio mediatico e ufficiale di alto rango della polizia francese. Con il regista Thierry de Peretti abbiamo parlato del film dopo la sua proiezione in concorso al  Festival di San Sebastián.

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Cineuropa: Pensi che i narcotrafficanti ci permettano di conoscere meglio il sistema politico francese?
Thierry de Peretti: La storia della droga è un modo per denunciare il fallimento – forse è una parola troppo forte – del sistema politico e mediatico. È un sistema che inizia con la tragedia del traffico di droga. Se si guarda al modo in cui i media parlano di criminalità e traffico di droga da un punto di vista ideologico, ci dice tanto sul sistema quanto lo stesso traffico di droga. Altrettanto importanti sono il modo in cui i giornalisti costruiscono una storia e i limiti che impongono ai loro articoli. Il cinema ci permette di mostrare le ambiguità dei metodi di lavoro di politici e giornalisti, oltre a mostrarne l'aspetto commerciale perché i media devono attirare un pubblico e generare clic. I trafficanti di droga alimentano quel sistema mediatico. Tutto è collegato e il film cerca di decostruirlo.

Come si fa a trovare il giusto equilibrio tra cinema e verità?
Il film, per me, non è naturalismo. Cerca la verità. È una sensazione. È un mix di emozioni, ma non è la routine quotidiana della vita. Usa gli strumenti del cinema per cercare di essere il più onesto possibile.

Ma c'è del naturalismo nel modo in cui racconti la storia perché stai mostrando il lavoro di persone che cercano di controllare i criminali, piuttosto che presentare in modo sensazionalistico il crimine. Non pensi che il cinema renda il crimine troppo sexy?
Sì e no. Sì, nel senso che il cinema parla del male e deve renderlo seducente: questo è il potere fisico del film. Il problema oggi è che la finzione è ovunque, anche dove non dovrebbe essere. Non dovrebbe essere in politica o nel giornalismo. Dovrebbe essere solo nel cinema, ma tutti fanno spettacolo di tutto per agganciare le persone, e il cinema deve inventare altri modi di raccontare storie. Se guardi su Netflix, è pieno di serie sulla droga. Quindi, come regista cinematografico, cosa mostro? Deve essere ancora seducente, ma non dovrebbe essere un tipo di seduzione che annoia il pubblico. Non lo so.

Cosa aggiunge Marsiglia al film?
Marsiglia non è poi così male, ma ci sono davvero dei ragazzini che si ammazzano a vicenda con i kalashnikov. Questa è una realtà. La stampa vuole solo presentare questa come la realtà del traffico di droga. Ma Marsiglia non è solo questo, quindi la domanda era: come mostrare la realtà di ciò che è veramente? Non dobbiamo far diventare l'identità di Marsiglia semplicemente un traffico di droga, ma se le persone muoiono, dobbiamo mostrare perché muoiono. Dobbiamo mostrare anche i sistemi, ed è questo che ha attirato la mia attenzione, mi ha turbato e mi ha fatto arrabbiare. Marsiglia è una città povera, e al centro del traffico di droga c'è quella povertà, che permette al traffico di entrare…

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(Tradotto dall'inglese)

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