email print share on Facebook share on Twitter share on reddit pin on Pinterest

MILLENNIUM DOCS AGAINST GRAVITY 2021

Jonas Poher Rasmussen • Regista di Flee

“Non avevo intenzione di raccontare una storia di rifugiati; volevo raccontare una storia sul mio amico"

di 

- Abbiamo parlato con il regista danese il cui ultimo film è diventato uno dei titoli più celebrati dell'anno ed è risultato vincitore al Millennium Docs Against Gravity

Jonas Poher Rasmussen  • Regista di Flee

Premiato come miglior film al Millennium Docs Against Gravity  2021 (leggi la news) dopo la sua trionfante prima al Sundance, il documentario animato di Jonas Poher Rasmussen Flee [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Jonas Poher Rasmussen
scheda film
]
si concentra su Amin: in procinto di sposare l'uomo che ama, è pronto a condividere i dettagli sul suo passato da rifugiato, così come la sua passione per  “the Muscles from Brussels” (Jean-Claude Van Damme).

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Cineuropa: Il film è sorprendentemente positivo. Era pianificato o è successo dopo, quando hai scoperto di più sulla sua storia?
Jonas Poher Rasmussen: Non avevo intenzione di fare una storia sui rifugiati, volevo fare una storia sul mio amico. Ecco da dove viene: la nostra amicizia. Ci divertiamo insieme; ci conosciamo abbastanza bene. Poteva parlare liberamente, anche di essersi preso una cotta per Jean-Claude Van Damme.

E chi non l'ha mai presa?!
Beh, non lo so [ride]! Immagino di averne presa una anch'io, ma in un modo diverso. Essere un rifugiato è dura, ma nell’arco di questi cinque anni sono successe anche cose buone. Si è innamorato e ha avuto esperienze meravigliose con la sua famiglia. Cerco sempre di rendere umane le mie storie: se mostri solo la durezza, non puoi davvero relazionarti con essa. Il fatto che tu possa anche ridere di alcune sue cose o vederlo mentire al suo ragazzo, tutti questi difetti lo rendono più umano. Prendi la scena in cui si trova in giardino e guarda una casa. O meglio, guarda un gatto mentre il suo ragazzo guarda gli alberi. Queste cose ci dicono qualcosa, ed è per questo che non è solo una storia di rifugiati. Si tratta piuttosto di trovare il tuo posto nel mondo, un posto dove puoi essere chi sei.

Mostri qualcuno che non condivide necessariamente i suoi pensieri, anche con la persona che ama. Una cosa è parlare con un amico e un'altra è aprirsi pubblicamente, in un film.
Penso che sapesse fin dall'inizio che  ad un certo punto avrebbe dovuto raccontare la sua storia. Era difficile mentire tutto il tempo. Forse non mentire, ma non essere completamente onesti. Avrebbe sempre mantenuto le distanze, soprattutto a causa di quella verità non detta. Sapeva di aver bisogno di aprirsi per liberarsene. Il mio background è in radio e gli ho chiesto, molti anni fa, se potevo fare un documentario radiofonico sulla sua storia. A quel punto ci conoscevamo già da più di dieci anni. Ha detto di no, non era pronto. Ma ha anche detto che gli sarebbe piaciuto raccontarmela una volta pronto. È stata una conversazione aperta su come creare uno spazio sicuro. Poteva sempre fermarsi o dire: "Aspetta, l'ho detto nel modo sbagliato".

Pensi che l'idea di renderlo in animazione lo abbia aiutato?
Decisamente. Inoltre, se fosse stato il suo vero volto sullo schermo, si sarebbe preoccupato per il fatto che tutti quelli che incontrava per la prima volta conoscessero già tutti i suoi segreti e traumi. Ora ha ancora questa tabula rasa. Era anche un modo per rievocare il passato. L'animazione ti consente di essere molto più espressivo di quanto potresti essere solo con la macchina da presa.

È anche una storia sulla sessualità. Lasciando da parte il suo passato, molti ragazzi potrebbero facilmente riconoscersi in queste sue lotte.
Questi due elementi sono strettamente legati l'uno all'altro. Essendo un rifugiato ed essendo gay, è sempre scappato da qualcosa. Quando era bambino in Afghanistan, essere gay non era accettabile, quindi lo teneva nascosto. In Danimarca, ha tenuto nascosto il suo passato. Questo film si chiama Flee, e parla davvero di fuggire da chi sei, più che di un viaggio fisico. Immagino che sia parte del motivo per cui le persone possono relazionarsi con questa storia. La maggior parte di noi, ad un certo punto della nostra vita, cerca di capire dove possiamo essere ciò che siamo, e cosa questo comporta.

Ci sono alcuni personaggi che vanno e vengono, come la ragazza nel camion, che è davvero indimenticabile. Quanta attenzione hai dedicato ad ogni filo narrativo?
Amin è sempre stato il personaggio principale, quindi le storie che abbiamo raccontato riguardavano le situazioni e le persone che si relazionavano con lui. La donna nel retro del camion russo, o il ragazzino che lui vede, questi sono i personaggi che gli hanno davvero dato forma. E sono ancora con lui.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

(Tradotto dall'inglese)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche

Privacy Policy