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VENEZIA 2021 Concorso

Jan P. Matuszyński • Regista di Leave No Traces

"Mi è venuta l'idea che forse ho fatto questo film per paura"

di 

- VENEZIA 2021: Protagonista del nuovo cinema polacco, il regista ci parla del suo complesso racconto delle conseguenze di una morte realmente avvenuta durante un fermo di polizia

Jan P. Matuszyński  • Regista di Leave No Traces
(© La Biennale di Venezia - Foto ASAC/G. Zucchiatti)

Nel dubbio, riguardatevi Zodiac di David Fincher. È l’indizio emerso verso la fine della nostra conversazione con Jan P. Matuszyński, il regista polacco 37enne che realizza opere che sembrano provenire dalla mano di un artista molto più esperto. L’impressione viene dalla serietà dei temi che affronta, come in Leave No Traces [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Jan P. Matuszyński
scheda film
]
– il suo nuovo dramma politico su un vero caso di violenza della polizia, presentato in anteprima in concorso alla Mostra del cinema di Venezia di quest'anno – e dalla prospettiva che è in grado di fornire su eventi dell'era comunista, che lui ha solamente sfiorato, per questioni di età. Leave No Traces, nel suo modo di coprire molti personaggi e molti anni, fa davvero venire in mente Zodiac, e il regista è lusingato dal confronto.La domanda sulle influenze – tagliata per motivi di spazio – è arrivata solo alla fine della nostra dettagliata conversazione al Lido.

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Cineuropa: Quanto ci ha messo a scrivere la sceneggiatura per questo film?
Jan P Matuszyński:
La risposta è complessa perché il punto di partenza è stato il reportage di Cezary Łazarewicz, che raccontava tutti gli eventi del film – e molto di più, in realtà, poiché noi ci siamo concentrati sugli eventi tra il 1983 e il 1984, mentre nel libro c’è la biografia di Barbara Sadowska [la madre della vittima] negli anni '70 e tutto ciò che sta intorno. Kaja Krawczyk-Wnuk, con cui stavo lavorando a un progetto basato più o meno sullo stesso periodo, basato su eventi reali, sembrava la migliore candidata per scriverlo: ho pensato che potesse gestirlo molto bene, e così è stato perché lei ha scritto una prima bozza meravigliosa. Ci è voluto più o meno un anno per la prima bozza, poi abbiamo riscritto alcune cose e successivamente è iniziata la produzione. Quindi non ci è voluto così tanto.

Quanto è stato difficile decidere cosa romanzare?
Durante la pre-produzione, siamo giunti alla conclusione che non volevamo usare un vero testimone oculare dell'omicidio: bisognava romanzare la sua biografia [per creare il personaggio principale del film, Jurek Popiel], la sua identità e i suoi genitori. Questa parte del film è in qualche modo vicina alla verità, anche se non è esattamente reale, perché volevamo proteggere la sua privacy.

Quindi è vera nello spirito, piuttosto?
C'è un'altra cosa: all'inizio del film ci sono tre ragazzi, invece nella realtà erano cinque; c'era un uomo che non era nella stanza dell’interrogatorio, per esempio. Era fuori e ha sentito le urla. Ma sarebbe stato troppo difficile tenerlo, perché i personaggi sarebbero stati più o meno identici. Devi farti strada nel materiale e scegliere ciò di cui hai veramente bisogno.

Cosa stava cercando di dire sui giorni nostri con questo film ambientato negli anni '80? Pensava di più alla Polonia o agli eventi che a livello globale (negli Stati Uniti, per esempio) coinvolgono la violenza della polizia e le reazioni della gente agli abusi?
Ho letto il libro al momento giusto, all'inizio del 2017: eravamo in un buon momento per produrre, dirigere e realizzare questo film, e nel 2021 abbiamo ancora in mente questa immagine del caso George Floyd, che è venuto dopo. Ricordo sette casi importanti, in qualche modo simili, durante la realizzazione di questo film. Negli ultimi due mesi, abbiamo avuto almeno tre casi in Polonia, e se scendi più in profondità, ne puoi trovare anche altri. Da una parte sono felice, perché penso che sia il momento giusto. Continuano a succedere cose orribili e voglio capire il perché. Ma torno anche alla Polonia del 1983, e sebbene siano passati quasi 40 anni, è tutto ancora lì, dietro l’angolo. Mentre facevo le interviste per il film, ho pensato che forse ho fatto questo film per paura. È sempre una questione di emozioni. La paura è un’emozione che resta con me, e mi sono trovato in una situazione simile quando feci un cortometraggio anni fa: ricordo di aver letto un articolo, ed ero così scioccato che dovevo fare qualcosa al riguardo. È stata la stessa cosa con Leave No Traces: c'è questo libro, c'è questa storia, e non posso lasciar perdere, perché sono un regista, l'unica cosa che posso fare è realizzare un film. Per cercare di rendere questo mondo un posto migliore, almeno un po'.

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(Tradotto dall'inglese)

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