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VENEZIA 2021 Concorso

Mario Martone • Regista di Qui rido io

“Un film su un genio del teatro scritto come una commedia teatrale”

di 

- VENEZIA 2021: Abbiamo incontrato il regista del film su Eduardo Scarpetta in concorso

Mario Martone • Regista di Qui rido io
(© La Biennale di Venezia - Foto ASAC/Jacopo Salvi)

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, in concorso alla 78. Mostra di Venezia con un cast di attori eccezionali guidati da Toni Servillo, racconta della vita e dell'arte del grande drammaturgo che faceva ridere tutta Napoli, Eduardo Scarpetta, capostipite di una grande dinastia proseguita con i fratelli De Filippo, suoi figli illegittimi. Ne abbiamo parlato con il regista Mario Martone.

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Cineuropa: Aveva questo progetto di un film su Scarpetta con Toni Servillo da molto tempo?
Mario Martone: Ho pensato fosse venuto il momento di affrontarlo. Scarpetta era un genio del teatro e un patriarca amorale, spinto da una fame incredibile di riscatto sociale. Un uomo primordiale che aveva figli con la moglie Rosa, con la sorella di lei, con la nipote della moglie e pur non riconoscendoli li fa studiare tutti, e tutti diventano attori della sua compagnia, o geni drammaturghi come Eduardo De Filippo. Toni e io abbiamo una storia comune che dura da tanto tempo, abbiamo fatto tanto teatro d’avanguardia assieme all’inizio. Nei nostri lavori abbiamo messo in scena Napoli per la prima volta nello spettacolo di Enzo Moscato Rasoi in cui c’era Iaia Forte, anche lei nel film oggi. Poi c’è stato Morte di un matematico napoletano e così via. Toni ha messo in scena Eduardo De Filippo. Posso dire che questo era un film che ci aspettava da quarant’anni.

Come vi siete documentati per ricostruire tutti gli aspetti della sua vita?
Non abbiamo voluto fare una biografia tradizionale, ma l’abbiamo scritta come una commedia, tutta in interni, inchinandoci a Eduardo De Filippo e alle sue opere. Soprattutto la sua capacità di affrontare nella forma della commedia complessità, intrecci, le ombre della vita. Abbiamo ottenuto una sintesi forzando anche certi dati storici, ad esempio Eduardo De Filippo e i suoi fratelli erano più piccoli al momento del processo, ci siamo presi la libertà di mostrali già più grandi. Anche la colonna sonora di canzoni napoletane, scenografia sonora che ci restituisse quella Napoli, non sempre corrisponde all'epoca. Parti della vita di Scarpetta sono impenetrabili. Cosa pensassero tutte queste donne amanti, questi figli, era qualcosa nella quale entrare solo con l’immaginazione.  Per il resto c’è un’ampia documentazione, l’autobiografia di Scarpetta, in cui per esempio è descritto l'incontro con Gabriele D’Annunzio e la vicenda del processo, gli aspetti storici si mescolano con immaginazione e finzione. Il film è scritto come una commedia, venivamo dallo studio del Sindaco del Rione Sanità [+leggi anche:
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di De Filippo che ho girato nel 2019.

Nel dialogo con il filosofo Benedetto Croce, Eduardo Scarpetta affronta temi come arte, popolo e nuove avanguardie.
Croce entra nel film attraverso la storia del processo che contrappose Scarpetta a D’Annunzio, che ebbe la perizia favorevole di Salvatore Di Giacomo e Roberto Bracco. La sorpresa fu l’intervento di Croce, che difese il diritto di parodia, che ai tempi non era poco. L’aspetto della causa nel film riguarda il potere. Scarpetta vuole graffiare il grande poeta anche se si genuflette, è animato da uno spirito ribelle, l’arte teatrale come arte popolare. Croce con la sua statura mette le cose in ordine: la parodia è un diritto in quanto infinitamente piccola, rispetto a D’Annunzio, che è infinitamente grande. Questo umilia e ferisce Scarpetta. Prima c’era una energia, una vitalità nell’entrare e uscire dalla scena e dalla vita, dopo il processo comincia una fase di depressione. C’è una questione politica, nel senso che l'arte ha a che fare con la vita con la polis, con la comunità, le fascie sociali, perché il teatro è un’assemblea. Ecco perché il teatro è irrinunciabile.

Un film sulla paternità in tutti i sensi.
Paternità dell’opera d’arte e paternità allargata del capostipite. Anche sul dolore della paternita. Ma c’è anche la maternità, con personaggi femminili che ha curato Ippolita Di Majo, la cui interiorità che per me sarebbe stato difficile immaginare. Cì’ una specie di separazione: anche se c'è un patriarcato formidabile dall'altro lato c'è una forza delle figure femminile, una capacità di reagire, una sorellanza che riesce a gestire la situazione, con la durezza necessaria per riuscire ad opporsi.

L’incontro con D’Annunzio, la parodia fanno parte di un delirio di onnipotenza.
L’incontro nel film ricalca l'autobiografia: l'ambiguità di D'Annunzio è registrata da Scarpetta. Per girarla, abbiamo pensato ad un’atmosfera tra una striscia di Guido Crepax, con le sue donnine fatali, e film come Totò all’Inferno. Questa suo essere al di là della moralità ne fa una figura mitologica e alla fine incontra il suo peccato di hybris, rappresentato dal fantasma di Pulcinella. Ogni artista che invecchia sa che ci saranno nuove generazioni che lo metteranno a morte come lui con altre. E proprio come lui aveva fatto con Pulcinella, alcuni giovani autori come Di Giacomo o Bracco auspicavano un teatro popolare, ma che non fosse fatto solo di risate.

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