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VENEZIA 2020 Fuori concorso

Giuseppe Pedersoli • Regista de La verità su La dolce vita

“Ritenevamo ci fosse un debito della storiografia del cinema nei confronti della figura del produttore”

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- VENEZIA 2020: Abbiamo conversato con Giuseppe Pedersoli, regista di La verità su La dolce vita, titolo fuori concorso sul Lido

Giuseppe Pedersoli • Regista de La verità su La dolce vita

Cineuropa ha intervistato Giuseppe Pedersoli, all'esordio alla regia dopo una carriera dedicata principalmente al lavoro di produttore. Il suo lungometraggio di debutto, un docufilm sostenuto dall'Istituto Luce Cinecittà, si intitola La verità su La dolce vita [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Giuseppe Pedersoli
scheda film
]
ed è stato presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia di quest'anno.

Cineuropa: Com'è nato il progetto?
Giuseppe Pedersoli:
Il progetto nasce perché c'è una concomitanza, in parte bruciata dall'emergenza del coronavirus, con i sessant'anni dall'uscita de La dolce vita, che fu presentato al Fiamma a Roma il 5 febbraio 1960, e con i cent'anni dalla nascita di Federico Fellini, entrambe occasioni per approfondire alcuni aspetti del suo lavoro. Ovviamente c'è il collegamento diretto anche con la figura di mio nonno, ovvero Giuseppe Amato, conosciuto brevissimamente perché era venuto a mancare quando avevo solo tre anni ma del quale avevo sempre sentito parlare come una persona molto affascinante, un pò mitizzata in famiglia per tutto quello che aveva fatto sin dai tempi del cinema muto fino agli inizi degli anni '60. Mi ero incuriosito perché mi chiedevo come un uomo, un produttore che aveva realizzato il film italiano più di successo fino a quel momento, non avesse poi potuto sfruttare questo successo, questi grandi guadagni, anzi addirittura fosse venuto a mancare poco dopo... L'unica che poteva darmi spiegazioni era mia madre, la sola figlia rimasta, la quale conosceva la vicenda. Insieme ad altri parenti, siamo riusciti a raccogliere una documentazione esclusiva ed inedita sulla lavorazione de La dolce vita, datata tra il 1958 e il 1961. La storia era scritta da sè. La copiosissima corrispondenza fatta di lettere, telegrammi, preventivi, consuntivi, redazioni di riunioni di produzione, litigi e tradimenti narrava la vicenda quasi su base quotidiana. Tra l'altro, Fellini generalmente batteva a macchina caratteri di colore rosso, Angelo Rizzoli aveva una carta intestata verde e si firmava con una penna verde, mentre Giuseppe Amato scriveva con caratteri neri su carta intestata nera. Anche visivamente i tre sembravano assumere dei ruoli specifici.

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Come ha organizzato il processo di scrittura con Giorgio Serafini?
Il nostro lavoro è stato quello di dare coerenza e logica a tutti i passaggi produttivi, cercando di non essere troppo didascalici ma molto fedeli agli scritti dei tre protagonisti. Volevo evitare qualsiasi tipo di interpretazione personale, d'altronde non ero nemmeno nato quando è stato prodotto La dolce vita. Ho letto diverse interpretazioni che hanno dato una visione del film solo dal punto di vista del regista e ritenevamo ci fosse un debito della storiografia del cinema nei confronti della figura del produttore. Fellini aveva cercato di montare il film con vari produttori, aveva vinto due Oscar con De Laurentiis, il quale era molto perplesso in merito ai contenuti della sceneggiatura ed al rischio legato ai costi elevati di produzione. Il regista consegnò ad Amato la sceneggiatura appena dopo l'estate del '58, il quale nottetempo la lesse e fu folgorato. Vide in quello scritto l'embrione di un gran film. Il lavoro con Serafini è stato una ricostruzione per non tradire questa vicenda nei suoi passaggi essenziali, dare delle informazioni inedite e costruire un prodotto interessante ed avvincente.

Com'è ricaduta la scelta di far interpretare Peppino Amato a Luigi Petrucci?
Petrucci è stata un'intuizione di Gaia Gorrini, la mia produttrice. Io lo conoscevo ma non personalmente ed è stata una scelta molto efficace. Avevo pensato anche ad altri attori, ma il sapore della napoletanità di Luigi e la sua capacità interpretativa, hanno regalato a questo docufilm la credibilità e l'emotività di cui avevo bisogno. Purtroppo di Giuseppe Amato esiste solo un'intervista filmata in compagnia di Vittorio De Sica – chiacchierano e sembrano due cabarettisti – ma non c'è altra documentazione, se non fotografica. Avevo bisogno di costruire, partendo da queste 'testimonianze, il tipo di atteggiamento che aveva nei confronti del lavoro e del film che stava realizzando.

E come ha coinvolto Luca Dal Fabbro e Ambrogio Colombo per i rispettivi ruoli di Fellini e Rizzoli?
C'era un altro problema delicato da risolvere. Nei documentari io mi annoio abbastanza quando i testi vengono letti da un commentatore e il risultato risulta spesso molto freddo. Ovviamente, la voce di Rizzoli non era conosciuta da nessuno ed è stato semplice trovare un doppiatore che potesse dare vita e calore a quei passaggi, talvolta drammatici, testimoniati dagli scritti. Più complicato il discorso su Fellini, la cui voce è ancora riconoscibile. Perciò ho voluto dichiarare che quelle erano due voci di doppiatori. Era rischioso fare una specie di interpretazione che sarebbe risultata caricaturale. Entrambi i doppiatori hanno fatto un lavoro molto rispettoso, non invasivo e fedele all'originalità degli scritti.

Quanto tempo è durato il ciclo produttivo?
Possiamo dire che è durato circa un anno e tre mesi. Ovviamente, abbiamo anche noi risentito ad un certo punto della fase di lockdown. Per fortuna trattandosi di un docufilm con molte fonti terze, siamo riusciti a completare tutto in tempo, anche se normalmente la durata produttiva sarebbe stata di sei, otto mesi.

Ha altri progetti in cantiere?
Con Giorgio Serafini stiamo lavorando ad un progetto molto ambizioso dal punto di vista produttivo, una serie internazionale intitolata The Rebel Queen. C'è in cantiere la possibile produzione di un film di co-produzione internazionale sulla storia di mio padre, Carlo Pedersoli [in arte Bud Spencer], prima che diventasse attore. Come mia prossima regia, invece, vorrei lavorare su un personaggio storico italiano poco conosciuto, Ugo Spadafora, laureato presso l'Università di Bologna e medico, il quale va a combattere nel corso degli anni '70 e '80 in tutte le guerriglie più drammatiche del Centro e Sud America e, successivamente, finisce per contrastare Noriega, dittatore di Panama e trafficante di droga, il quale lo cattura e lo fa decapitare. La sua testa non è mai stata più trovata.

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