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VISIONS DU RÉEL 2020

Francesca Mazzoleni • Regista di Punta sacra

“Mi faceva arrabbiare che quel luogo e quelle persone non venissero raccontate per quello che sono realmente”

di 

- Abbiamo parlato con la regista Francesca Mazzoleni del suo documentario Punta sacra, vincitore a Visions du Réel, e della comunità battagliera dell’Idroscalo di Ostia

Francesca Mazzoleni  • Regista di Punta sacra

La regista Francesca Mazzoleni, che nel 2018 ha esordito con Succede [+leggi anche:
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, un teen movie tratto dal libro di una nota youtuber, ha vinto il concorso internazionale dell’edizione online del festival Visions du Réel con la sua opera seconda, il documentario sociale Punta sacra [+leggi anche:
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. Il film entra nel cuore della comunità che abita le case abusive dell’Idroscalo di Ostia, alle porte di Roma, una striscia di terra tra fiume e mare, a rischio sgombero.

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Cineuropa: Questo suo secondo film è molto diverso dalla sua opera prima. Come ci è arrivata?
Francesca Mazzoleni: I miei lavori nascono da una scintilla, che seguo senza fare troppi ragionamenti. Essenzialmente, mi piace spaziare nei generi, domandandomi cosa si possa fare oggi per rendere un genere più fresco e personale. Per me, più il documentario e il cinema narrativo riescono a dialogare, meglio è. Anche in Succede eravamo aperti all’imprevisto, con gli attori giovani avevamo lavorato molto sull’improvvisazione. Al contrario, in Punta sacra abbiamo lavorato con i ragazzi trattandoli a volte come attori, non “rubando” semplicemente, e loro hanno creato cose molto interessanti.

L’idea del film è nata quando ho cominciato a conoscere la storia dell’Idroscalo dove sono capitata la prima volta sette anni fa. Mi faceva arrabbiare che quel luogo e quelle persone non venissero raccontate per quello che sono realmente, ma solo in un’accezione negativa. Dopo Succede, quindi, si è presentata l’occasione di fare un lavoro mio più indipendente e veloce. Lo stimolo è stato di fare un documentario un po’ pop, meno purista, usando tutti i mezzi possibili, anche extradiegetici.

Quanto tempo ha passato con la comunità dell’Idroscalo?
Abbiamo girato nell’arco di tre-quattro mesi, in tutto 30 giorni. Ma il rapporto di fiducia si è costruito nel corso di sette anni. Sono stata a tutte le loro feste di Natale, emanano un’energia molto pura e diversa da quella di noi “urbanizzati”, è il loro modo di dire “siamo qui, siamo fieri e abbiamo voglia di festeggiare”. Non volevo arrivare lì e accendere la telecamera, abbiamo cercato di integrarci nella comunità e farci un’idea di ogni singolo personaggio. È un approccio che mi sono portata pure al montaggio, che è stato lunghissimo, con Elisabetta Abrami abbiamo fatto un gran lavoro di scrittura, per decidere su chi concentrarci e con quale ordine. Il film non ha un’evoluzione orizzontale, è un film di personaggi.

Il ritratto che emerge è quello di una comunità di donne guerriere. Quello del ruolo forte delle donne era un aspetto che aveva in mente sin dall’inizio?
L’idea di concentrarmi sulle donne è nata in maniera spontanea, questa comunità ha una struttura molto matriarcale. La prima famiglia che mi ha dato fiducia è stata quella di Franca. Quando entri in casa sua ti ritrovi accerchiata da donne, sua figlia, le tre nipoti, le amiche; gli uomini stanno fuori a lavorare o, per varie vicissitudini personali, sono assenti. Tutte le questioni riguardanti la battaglia, la gestione delle case e i rapporti con gli enti politici e amministrativi le portano avanti le donne. Durante il primo sgombero del 2010, in prima linea davanti alle ruspe c’era un cordone di decine e decine di donne. Poi però ho capito che valeva la pena dare spazio anche ad alcuni personaggi maschili, il rapper cileno, il prete, il filosofo… È una grande famiglia allargata.

I colori del film sono crepuscolari, con il mare spesso in tempesta e le strade allagate. Perché ha scelto di girare in inverno?
È un luogo che dall’inverno all’estate cambia moltissimo. L’impatto che avevo riguardo al posto era struggente, e durante l’inverno lo è ancora di più. La natura, con cui queste persone sono in continuo dialogo, da una parte è la vita e dall’altra è un elemento di minaccia. Una delle motivazioni degli sgomberi del 2010 era il rischio ambientale, di esondazione del fiume, volevo quindi una natura più violenta. Con il direttore della fotografia Emanuele Pasquet abbiamo lavorato sull’aspetto crepuscolare di questo luogo estremamente vitale ma che rischia di scomparire. Quel tipo di luce dava il senso di quello spazio.

La comunità dell’Idroscalo è molto attaccata al territorio. Persino i giovani, nonostante le privazioni, non hanno intenzione di andarsene. Che idea si è fatta del loro futuro?
Quel luogo esiste dagli anni ’60, le case sono state costruite dai genitori e dai nonni. Un tempo era una terra non degradata, con una storia pura e bella di famiglie meno abbienti che in questo modo potevano avere una casa davanti al mare. Alcuni di loro sperano in una riqualificazione dell’area. C’è una visione di comunità; dicono: se ci mettono nei palazzoni di periferia insieme ad altre centinaia di persone, noi perdiamo il nostro modo di vivere. Per ora i giovani che ho raccontato hanno ancora 13-14 anni e sono attaccati alla famiglia e al luogo. Se in futuro continueranno a combattere, è un bel punto interrogativo.

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