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VENEZIA 2019 Concorso

Roy Andersson • Regista di About Endlessness

"Il mio obiettivo è che il pubblico desideri che il film non finisca mai, e sento di esserci quasi riuscito"

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- VENEZIA 2019: Abbiamo incontrato lo svedese Roy Andersson per parlare della sua ultima riflessione sull'esistenza, About Endlessness, proiettato in concorso

Roy Andersson  • Regista di About Endlessness

Il vincitore del Leone d’Oro del 2014 è tornato alla Biennale del Cinema di Venezia con questioni esistenziali grandi e piccole, come solo lo svedese Roy Andersson sa dipingerle. Cineuropa ha parlato con il “regista protestante preferito di Venezia” della sua nuova uscita, About Endlessness [+leggi anche:
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Cineuropa: Si immagina mai come personaggio di un suo film?
Roy Andersson: Vorrei poter dire di sì, ma no – per lo meno, non è nei miei piani. Però ho incontrato alcune delle persone e delle situazioni che si vedono nel film. Li vedo per strada e nei ristoranti, e poi li ricostruisco per purificarli, rendendoli più astratti. Questo è il motivo per cui non potrei mai uscire e filmare in un ristorante reale: non sarebbe così puro nello stile. Principalmente è per questo che resto nel mio studio e non giro mai in esterna.

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About Endlessness contiene alcune delle sue scene classiche, che descrivono questioni esistenziali grandi e piccole. In che modo, se ce n’è uno, differisce dai suoi film precedenti?
È la prima volta nel corso della mia intera filmografia che ho utilizzato una voce narrante fuori campo. Avevo riletto Le mille e una notte, e ho deciso di introdurre il mio Scheherazade personale. Il mio obiettivo è portare il pubblico, proprio come il re nella storia, a sperare che il film non finisca mai – ho idea di esserci quasi riuscito. E poi, come al solito, lo spettatore conoscerà i miei diversi esseri umani, ognuno parte di noi, dell’esistenza, per i quali mi auguro di aver dimostrato rispetto e onestà. A volte questa vita sa essere crudele, e spesso molto vulnerabile.

Una delle scene più forti mostra un uomo che ha commesso un genocidio: ha ucciso la propria figlia, probabilmente per una questione d’onore, e ora se ne pente. L’uomo, con il coltello ancora in mano, tiene tra le braccia la figlia mentre due donne, forse la moglie e la sorella, lo guardano. La loro etnia sembra mediorientale. È una scena inquietante.
Ho avuto esitazioni a fare questa scena. Non volevo identificarci un determinato gruppo della nostra società, ma questi omicidi d’onore solitamente avvengono all’interno di certi gruppi, per tanto ho filmato la scena così. E l’ho realizzata per mostrarne l’assurdità, comprese le due donne che osservano e il fatto che l’uomo si pente immediatamente. L’immagine è fortemente ispirata a un dipinto di Ilya Repin, Ivan il Terribile e suo figlio Ivan il 16 novembre 1581. Per cui è una scena storica e al contempo attuale.

Di tanto in tanto lei fa anche ritorno a una certa storia oscura recente, non ultimo Hitler, che qui fa una piccola apparizione. È interessante come, di questi tempi, il cinema svedese faccia difficilmente visita alla Seconda Guerra Mondiale, mentre i vicini danesi, finlandesi e norvegesi fanno molti film sul tema, e in maniera molto riuscita. Perché questo secondo lei?
Le ragioni potrebbero essere che è un lavoro costoso e che richiede molto impegno, e forse è dovuto anche alla mancanza di talenti… è la triste verità. E quelli che abbiamo fatto in passato di solito sono semplicemente nostalgici e sentimentali.

Per diverso tempo lei ha parlato di adattare per il cinema il racconto di guerra di Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte. Possiamo ancora sperarci?
Penso di essere troppo vecchio ora. Ma ne sono stato molto affascinato, ed ero anche riuscito a ottenere i diritti del libro. Per finanziarlo avrebbe dovuto essere fatto in inglese, ma io ho sempre voluto farlo in lingua francese originale. Quando non è andata, l’ho abbandonato.

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ha cambiato qualcosa nella sua vita per quanto riguarda la libertà e i finanziamenti?
Un po’. Già disponevo di una buona copertira buona prima di allora, in termini di possibilità di fare i film che faccio. Ma forse i finanziamenti sono diventati leggermente più facili, sì.

Alla proiezione per la stampa, un paio di critici italiani l’hanno bonariamente definita come “forse il regista protestante preferito di Venezia”. Come reagisce a questa frase?
Con un certo sollazzo. Per quanto rispetti la religione, non sono particolarmente religioso – per nulla, direi. In effetti ho fatto la comunione, ma solo per avere un bell’abito.

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(Tradotto dall'inglese da Gilda Dina)

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