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LOCARNO 2019 Concorso

Maya Da-Rin • Regista di The Fever

"Il cinema ha la tendenza a esoticizzare le persone autoctone"

di 

- La regista brasiliana Maya Da-Rin ci parla del suo film d'esordio, The Fever, selezionato in concorso a Locarno

Maya Da-Rin • Regista di The Fever

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, il film d’esordio della regista brasiliana Maya Da-Rin, descrive in modo preciso ed evocativo la condizione di una comunità indigena in Amazzonia costretta a emigrare in grandi centri urbani. La regista ci parla in occasione della prima del film in concorso a Locarno.

Cineuropa: La storia di The Fever è ispirata a eventi realmente accaduti?
Maya Da-Rin: L’idea originale mi è venuta in mente mentre stavo girando due documentari in Amazzonia, dove ho conosciuto delle famiglie indigene che avevano lasciato i propri villaggi nella foresta per vivere in città. Quindi, in un certo senso, il punto di partenza è basato su storie vere. Però mi interessavano soprattutto perché erano storie di persone che ho potuto conoscere mentre portavo avanti le mie attività quotidiane. Siamo tutti consapevoli di come il cinema tenda a esoticizzare le popolazioni indigene e a vederle attraverso un prisma romantico e positivistico. Ma l’argomento iniziale del progetto era molto differente da ciò che è diventato poi. Ci sono voluti sei anni di lavoro e innumerevoli viaggi a Manaus prima che fossimo in grado di girare.

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Cosa rappresenta il misterioso animale del film?
Non ne sono sicura, forse qualcosa di diverso per ogni spettatore. Ma nello sviluppo del progetto mi sono interrogata a lungo su come poter trovare l’animale. Justino è inseguito da questa creatura invisibile e dovevo trovare un modo per darle forma. A un certo punto, ho compreso che l’animale sarebbe sempre rimasto fuori dal campo visivo e che potevo solo riprendere il modo in cui la sua presenza influenzava Justino. D’altra parte, per me era chiaro che non potessi rivelare più di quanto il personaggio reale sapesse di se stesso. E Justino attraversa un periodo di vita molto confuso. Era importante che gli spettatori percepissero questo tipo di perturbazione e di sensazione di vuoto. 

Sopra a ogni altra cosa, è il suono che crea l’atmosfera del film. Che tipo di lavoro hai fatto su tale aspetto?
Per me il suono è un elemento molto importante, e cerco di iniziare a sentire il film mentre scrivo la sceneggiatura. Di solito però è con l’esplorazione delle location che le idee sonore iniziano a prendere forma. Nel corso delle ricerche sonore, la regia del suono di Felippe Mussel ha notato la somiglianza tra gli striduli insetti della foresta e certi macchinari usati nell’area portuale. Di conseguenza siamo diventati più attenti ai suoni ambientali e, mentre si montava il suono, ci sforzavamo di creare composizioni che utilizzassero i suoni provenienti dal porto e dalla foresta fino al momento in cui fosse impossibile identificarne l’origine. Sono suoni ripetitivi che portano a uno stato mentale ipnotico, che risulta nella dimensione febbrile del film.

Il film oscilla tra realtà e sogno, città e foresta, il lavoro tra i container (ripresi con cura nelle loro geometrie) e la vita indigena. Come hai lavorato a questi due aspetti?
Ero interessata a lavorare con le relazioni di prossimità e di contrasto tra i diversi spazi attraversati da Justino. Nella foresta, per esempio, si può vedere Justino sempre allo stesso livello della vegetazione, che lo circonda e lo mimetizza. Ma poi, al porto, si hanno spazi immensi di cemento pieni di container. Oltre alla differenza tra le dimensioni delle persone e le macchine, vi è una separazione chiara e distinta tra le figure e lo sfondo, tra le persone e il loro ambiente. È uno spazio nudo, essenziale, quello in cui Justino sembra essere più vulnerabile. 

Il progetto è stato sviluppato a Torino allo Script Lab del 2015 e al Feature Lab del 2016, e ha vinto fondi per la produzione di €50.000 attraverso il TFL Co-Production Fund. Quanto è stato importante questo passaggio per il film?
Poiché il progetto si è ritrovato a partecipare a due workshops, il TFL ha accompagnato buona parte del suo sviluppo. Credo che una delle migliori cose del TFL sia come seguano fianco a fianco l’evoluzione dei progetti sul lungo periodo, attraverso momenti di immersione collettiva fatti di tanti scambi, controbilanciati da altri momenti in cui si ritorna a concentrarsi sul proprio lavoro individuale. Questo tipo di alternanza crea una dinamica di lavoro fertile e stimolante. Il premio di finanziamento che abbiamo ricevuto è stato per altro fondamentale a integrare le nostre risorse per il progetto e a darci la possibilità di finalizzare il film.

(Tradotto dall'inglese da Gilda Dina)

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