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CANNES 2019 Quinzaine des Réalisateurs

Levan Akin • Regista di And Then We Danced

"Quando si impiegano più di quattro anni per fare un film, deve significare qualcosa"

di 

- CANNES 2019: Con And Then We Danced, il regista georgiano-svedese Levan Akin tratta le sue radici dell'Europa orientale con una vendetta

Levan Akin  • Regista di And Then We Danced

Nato in Svezia nel 1979 da genitori georgiani originari della Turchia, ha frequentato la Neighborhood Playhouse a New York e lavorato come tirocinante presso lo studio di Roy Andersson a Stoccolma: questi sono i tasselli che compongono il mosaico formativo che ha portato Levan Akin a diventare il grande regista che conosciamo oggi (parte casualità, parte super potere secondo lui). La sua pellicola d’esordio nel 2011, Certain People, è stata presentata al Tribeca Film Festival e la successiva The Circle [+leggi anche:
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, prodotta da Benny Andersson degli ABBA, ha aperto la Berlinale de 2015. Con la sua terza pellicola, And Then We Danced [+leggi anche:
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intervista: Levan Akin
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, Akin ha fatto il suo debutto nella sua madre lingua e al Festival di Cannes, poiché il film è stato presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs

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Cineuropa: Il suo paese d’origine, la Svezia, è anche il paese dove lavora maggiormente. Cosa l’ha spinta a voler realizzare questa pellicola in Georgia e in georgiano?
Levan Akin: Nel 2013 mi sono imbattuto in un servizio del telegiornale in cui una cinquantina di giovani avevano deciso di organizzare un gay pride a Tbilisi. Contemporaneamente, una contromanifestazione era stata organizzata dalla chiesa ortodossa probabilmente con il supporto di alcune connessioni politiche russe (il servizio mostrava migliaia di questi “manifestanti”). Tutte le persone in parata hanno provato a nascondersi in un piccolo autobus che, però, è stato totalmente smantellato dalla folla. Sembrava un vero film di zombie. Sono un’anima sensibile e un vegano devoto che si sente in colpa perfino nel prendere un aereo per andare a Cannes a causa dell’uso di combustibile. Mi sento orribile quando leggo dell’estinzione dei rinoceronti in Africa. Capisco che il mio lavoro deve essere molto più di una corsa divertente. Quando si impiegano qualcosa come più di quattro anni per fare un film, deve significare qualcosa. Non so molto sui rinoceronti, ancora. Ma conosco la Georgia. Così ho iniziato.

Il tema della tradizione dei balli georgiani dà vita a una dinamica interessante. Da un lato, è un vero e proprio emblema della virilità dell’Est Europa, ma dall’altro lato è totalmente l’opposto, se non addirittura con sfumature queer.
È il paradosso perfetto, nonché altamente interessante. Ha reso la storia anche molto facile da assemblare. Abbiamo un giovane, ballerino veramente dotato, che inizia a esplorare i suoi sentimenti, la sua sessualità e, in breve, l’amore per un altro ragazzo. Tutto era perfetto. 

And Then We Danced è una pellicola svedese-georgiana con una coproduzione francese. Come hanno reagito le autorità georgiane alla centralità tematica della danza? Hanno supportato la sua scelta di presentare in mondovisione questo grande tassello culturale?
Beh, sfortunatamente, no. Ufficialmente, il governo della Georgia è “pro-Ovest”, da un punto di vista di supporti finanziari da parte dell’Eu et similia, ma in questa occasione non hanno mosso un dito per aiutarci. Infatti, abbiamo girato il film in stile guerriglia. Non appena giravano voci su qualche tema da noi toccato, ricevevamo minacce e così abbiamo deciso di assumere delle guardie del corpo. Se solo avessero saputo cosa stavamo girando, ci avrebbero eliminato. Ma ce l’abbiamo fatta ed è stato così gratificante. Ho incontrato persone grandiose.

Sarà disponibile anche in Georgia?
Non lo sappiamo ancora. Ha fatto molto scalpore. Penso sia il quinto film da sempre presentato dalla Georgia a Cannes.  Quindi, non sanno cosa fare in realtà: hanno un argomento delicato da trattare. Sono sicuro che la Russia lo veda come una sorta di “Propaganda Eu”. È così dannatamente interessante e politico al tempo stesso. Sono stato addirittura chiamato Satana da alcuni media georgiani. Devo aver totalmente fatto qualcosa di buono, allora!

Non c’è dubbio. Il titolo di questo articolo potrebbe essere “Mi chiamano Satana”?
Mia madre non ne sarebbe troppo contenta! Si preoccuperebbe che qualche strano pazzo prete ortodosso possa strangolarmi.

Speriamo di no. Dobbiamo vedere il suo film sui rinoceronti, prima.
Sarà un piacere e magari con Sigourney Weaver come protagonista. 

Ha qualche idea in cantiere in inglese?
C’è una cosetta in via di sviluppo, con due interpreti di successo, parliamo di due attori americani nominati svariate volte agli Oscar di cui non rivelerò i nomi adesso. Devo perfezionare il copione prima. Quando sarà pronto, beh lo sarò anche io. Ma non mi getterò sulla prima buona occasione di fare un episodio di qualche serie solo perchè è in inglese.

(Tradotto dall'inglese da Carlotta Cutrale)

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