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CANNES 2019 Concorso

Kleber Mendonça Filho, Juliano Dornelles • Registi di Bacurau

"Volevamo fare un'avventura western grandiosa"

di 

- CANNES 2019: Cineuropa ha incontrato Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles, i registi di Bacurau, un film che sfida ogni facile categorizzazione

Kleber Mendonça Filho, Juliano Dornelles  • Registi di Bacurau
(© Victor Juca)

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, con protagonista Udo Kier e ambientato in un futuro prossimo, ha fatto eplodere la competizione principale del Festival di Cannes con la sua miscela di satira, riferimenti a vecchi western e violenza, il tutto scatenato da un gruppo di persone che scoprono che la loro piccola città è svanita dalla mappa, senza contare uno strano disco volante.

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Cineuropa: Durante la nostra intervista nel 2016, avevate già detto che il vostro prossimo film si sarebbe chiamato Bacurau, che è un modo gergale per indicare l'ultimo autobus che puoi prendere di notte.
Kleber Mendonça Filho: Anni prima di Uber, dovevi provare a prenderlo, e se non ci riuscivi, ti toccava dormire a casa di un amico o in un parco. Nelle prime versioni della sceneggiatura, c'era una sequenza che mostrava il nostro personaggio Teresa [interpretata da Barbara Colen] che correva per prendere questo autobus, ma non l’abbiamo tenuta. 

Dopo la première, molti hanno notato dei riferimenti alla situazione attuale in Brasile. Ma non era così anche nelle opere precedenti Aquarius?
K.M.F.:
Ci lavoravamo da quasi dieci anni. Abbiamo finito le riprese questa stessa settimana l'anno scorso, e questa settimana l'anno scorso Bolsonaro non era nemmeno una possibilità. Immagino che sia inevitabile che il Brasile e le sue tensioni possano trovare posto qui, ma volevamo fare un'avventura western davvero grandiosa, sul potere, l'amicizia che abbiamo e il nostro amore condiviso per il cinema. Abbiamo letto un articolo sui soldati in Afghanistan che hanno cominciato a gareggiare per vedere quante persone potevano uccidere. È il tipo di atrocità che continua a tornare, ma abbiamo specificamente scritto la sceneggiatura per non dare mai ulteriori informazioni, solo suggerimenti su cosa potrebbe accadere. Negli anni '80, e anche più tardi, c'erano aerei pieni di turisti che arrivavano nelle città costiere brasiliane per stare con ragazze molto giovani. Lo vedevi accadere, proprio in pieno giorno. Non sto dicendo che abbia ispirato il film, ma deriva da esperienze simili.

Juliano Dornelles: La gente sembra dimenticare che ci vuole tempo per fare film. Come potevamo prevedere il futuro? Siamo amici e lavoriamo insieme da anni; sono stato scenografo nei suoi film, e lui ha prodotto il mio cortometraggio. Questa storia della co-regia è nata da una conversazione che abbiamo avuto. Volevamo rappresentare le persone che vengono dalla nostra regione.

K.M.F.: Veniamo dal nord-est del Brasile, e c'è un'enorme divisione culturale e sociale, specialmente rispetto al sud, dove stanno tutti i soldi. Ciò significa che nella nostra vita abbiamo dovuto affrontare momenti di pregiudizio molto interessanti. Ero un critico cinematografico, proprio come te, e ricordo ancora la volta in cui andai a Rio per il junket de Il principe d'Egitto. C'erano tutti questi giornalisti di San Paolo e, dopo essermi presentato, una di loro disse: "Avrai bisogno di un traduttore? No? Davvero la gente del nord-est parla inglese?". Più tardi si scusò, ma il nostro film parla anche di questo. Anche ora, persone intelligenti che conosco e che amo ci chiedono: "Allora, com'è fare un film sul nord-est?". Noi siamo del nord-est! È come chiedere a un regista gay cosa vuol dire essere gay.

Ci sono molti riferimenti cinematografici nel vostro film. Cosa avevate in mente, in particolare?
K.M.F.: Non posso mai sfuggire a John Carpenter, qualunque cosa io faccia. Il giorno della proiezione, lo abbiamo visto sul palco [Carpenter riceveva il Golden Coach]. Anche Vamos a matar compañeros di Sergio Corbucci era molto importante. Ci piaceva perché, a differenza di alcuni western americani, era sporco e ruvido, con tutti che si comportavano male.

J.D.: Ogni volta che rimanevamo bloccati, guardavamo un film. Una cosa che mi è piaciuta è stata questa idea di mostrare ai bianchi il modo in cui gli indiani venivano ritratti. Ma anche gli invasori, non li mostriamo da lontano. Ci avviciniamo con la cinepresa e ascoltiamo quello che hanno da dire.

K.M.F.: Culturalmente parlando, il cinema americano ci ha insegnato che gli eroi sono sempre bianchi. Sono stati mostrati come tali, anche se le loro azioni non erano molto eroiche. Si possono avere pregiudizi del genere. Ecco perché mi chiedo come questo film potrebbe essere accolto, per esempio, a Washington, perché è tutta una questione di rappresentazione. Adoro che sia ambientato in un futuro prossimo, però. Penso che sia affascinante [ride].

(Tradotto dall'inglese)

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