email print share on Facebook share on Twitter share on reddit pin on Pinterest

CANNES 2019 Semaine de la Critique

Aude Léa Rapin • Regista di Les héros ne meurent jamais

"Tutto è successo in fretta, il che ci ha permesso di mantenere un approccio avventuroso"

di 

- CANNES 2019: La cineasta francese Aude Léa Rapin ci parla del suo sorprendente primo lungometraggio, Les héros ne meurent jamais, scoperto a Cannes, alla Semaine de la Critique

Aude Léa Rapin • Regista di Les héros ne meurent jamais

Presentato in Proiezione speciale alla 58ma Semaine de la Critique del 72° Festival di Cannes, Les héros ne meurent jamais [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Aude Léa Rapin
scheda film
]
di Aude Léa Rapin, racconta la stranissima storia di una piccola troupe cinematografica alle prese con la realizzazione di un documentario in Bosnia, che mescola reincarnazione e road-movie.

Cineuropa: Da dove scaturisce questo mix sorprendente che si sviluppa in Les héros ne meurent jamais?
Aude Léa Rapin:
E’ un film scritto in maniera molto veloce, in poche settimane, nato da un’idea molto vicina a ciò che si vede nel film. A Parigi, ho incrociato un mendicante che assegnava ai passanti, nomi e vite che non erano le loro. E’ stato quel suo modo di creare storie per far sì che la gente si fermasse cinque minuti, come ho fatto anch’io. Allora, mi sono chiesta cosa sarebbe successo se qualcuno avesse creduto ad una di queste storie. Da qui, è scaturito un desiderio latente che ho sempre avuto: girare un film in Bosnia Erzegovina, sulle tracce di questa guerra che ha segnato la mia infanzia per cinque anni,  attraverso le notizie dei telegiornali, e che mi ha spinto a visitare Sarajevo, come ho fatto nella prima parte della mia vita da adulta. Volevo raccogliere tutti questi elementi in una fiction e creare una storia in questo paese infestato dai fantasmi di una guerra recente.     

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

E, invece, da dove è nata l’idea del film nel film?
Sin dall’inizio del progetto, non ho mai preso in considerazione l’idea che il film venisse prodotto in maniera classica. Io e l’attore Jonathan Couzinié, eravamo pronti ad utilizzare una piccola videocamera, come facevamo durante le riprese dei nostri cortometraggi. Ma il mio agente mi fece conoscere Sylvie Pialat che decise di produrre il film. Eravamo in ottobre,  quando nacque l’idea di iniziare le riprese durante le commemorazioni di Srebrenica, che si svolgono l’11 luglio. Da qui, tutto si è svolto piuttosto  velocemente, dal processo di scrittura alla ricerca dei finanziamenti, e il film nel film è stata una sorta di estensione del progetto iniziale. Questo ci permetteva di mantenere un approccio avventuroso, in cui molte cose potevano essere riviste in corso d’opera.

Andare così a scavare in questo filone generazionale dove la videocamera diviene un personaggio, mi permetteva di avere anche un contrappunto, di lavorare la storia dal suo interno ed ottenere una ricerca di punti di vista.

Vita, morte, reincarnazione, omaggio alle vittime e ai sopravvisuti di questa guerra: il film tocca diversi argomenti.
L’aspetto dell’omaggio è molto importante, poiché la mia vita ha incrociato quella di Srebrenica molto presto. Ci ho vissuto per un anno, ho assistito all’apertura delle fosse comuni, ho avuto a che fare con chi seppelliva e con chi scavava e soprattutto ho assistito a lutti che non avranno mai fine. Nel mio film, da un punto di vista più ristretto, si ha la sensazione di intravedere la propria morte. Per quanto riguarda la  reincarnazione, credere al fatto che non ci sia una fine è un pensiero piuttosto piacevole e rassicurante. Allo stesso tempo, il cinema permette di mantenere vivo il ricordo di qualcuno, più a lungo di quanto non succeda nella vita reale. Dunque, il film affronta delle variazioni sui temi della morte, dell’eternità, di ciò che si lascia, di ciò che si sta vivendo, del nostro modo di affrontare il fatto che un giorno non ci saremo più, del nostro modo di affrontare quel momento in cui perdiamo tutto, come succede alle donne che i personaggi incrociano sulla loro strada. Ma non si tratta di un gretto pensiero filosofico, in quanto ho voluto trattare questi argomenti in una maniera più sensibile ed istintiva possibile.

Un film dai risvolti inattesi.
Questi risvolti, possono essere paragonati a una sorta di hara-kiri (ride). Con una tale premessa, avremmo potuto protendere verso un film fantasy o di fantascienza. E ciò vale anche per il resto del film, in quanto avevo voglia di far scontrare continuamente i sogni, i fantasmi e farli ritornare sempre a un principio di realtà; ma un modo per aggirare questo principio di realtà, è quello di creare un proprio racconto, come fanno i personaggi, ed è in questo modo che la storia va avanti. Non si tratta di un film teorico, perché ho scoperto il soggetto mentre lo stavo creando. Inoltre c’era la voglia molto forte di indagare il modo in cui si scrive una storia. Durante le diverse analisi della sceneggiatura, mi è stato spiegato che ogni 20 minuti, c’era bisogno di una svolta  narrativa, che c’era bisogno di un elemento scatenante, e tutta una serie di cose che m’impedivano di girare il film secondo i miei desideri. Ciò non significa che non girerò mai un film in questa maniera, ma che per me, queste non sono regole scolpite nella pietra. E sono davvero contenta che persone come Sylvie Pialat, Adèle Haenel, Paul Guilhaume, abbiano accettato la stranezza della sceneggiatura e che il film, alla fine, ritorni nello strano punto da cui è partito.

(Tradotto dal francese da Diana Antonia)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche