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Micol Roubini • Regista di La strada per le montagne

“Un luogo inarrivabile che diventa una metafora del buio della memoria”

di 

- Abbiamo parlato con Micol Roubini del suo personalissimo docu-noir La strada per le montagne al 4° IsReal di Nuoro, dove il film è stato proiettato in concorso

Micol Roubini • Regista di La strada per le montagne

Nel suo primo lungometraggio documentario, La strada per le montagne [+leggi anche:
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scheda film
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, la videoartista Micol Roubini va alla ricerca della casa di suo nonno, rimasta abbandonata durante la Seconda guerra mondiale, nel piccolo villaggio di Jamna, nell’Ucraina occidentale. Ma tra muri invalicabili e i silenzi della gente, la missione si rivela più complicata del previsto. Ne abbiamo parlato con la regista al 4° IsReal - Festival di cinema del reale di Nuoro, dove il film è stato proiettato in concorso. 

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Cineuropa: Cosa ha messo in moto questa sua ricerca?
Micol Roubini:
Il film è nato dal ritrovamento di alcuni documenti personali di mio nonno, dopo la sua morte. Veniva da un villaggio di confine che prima della Seconda guerra mondiale apparteneva alla Polonia, dove non era mai più tornato. La sua famiglia era stata sterminata durante la guerra. Tra queste carte, c’era una fotografia di questa casa risalente al 1919, così ho deciso di andare a cercarla, innanzitutto per una questione personale. La cosa incredibile è che quando sono arrivata in questa zona remota, la gente mi diceva che casa mia era lì a 200 metri, ma non potevo andarci perché era in un’area recintata sorvegliata da guardie armate private. Nessuno sapeva dirti perché stessero lì. Era insolito che in un posto così piccolo nessuno sapesse chi fosse il suo vicino.

Così ha pensato di trasformare questa indagine in una specie di docu-noir.
Da lì ho capito che c’era una situazione interessante da indagare. Pian piano abbiamo pensato a questo film come un vero e proprio “guardie e ladri”: da un lato, voler entrare in questo posto era diventata un’ossessione, poi l’oggetto diventa un altro: è una riflessione sul racconto comune di questa popolazione che si è completamente dimenticata del proprio passato. L’idea era di costruirlo in forma un po’ romanzata, non strettamente documentaria. Sta anche allo spettatore capire cosa è vero e cosa no. L’idea era di giocare un po’ col genere, mettendoci della suspense, perché i presupposti c’erano tutti. È un posto tutt’altro che ridente, un luogo inarrivabile che diventa una metafora del buio della memoria. 

Di quale passato rimosso si parla qui?
Una cosa comune a tutte queste regioni di confine è un passato molto violento durante la Seconda guerra mondiale. Sono zone che erano per un terzo abitate da popolazioni di origine polacca, un terzo da ebrei e un terzo da ucraini. Gli ebrei sono stati massacrati tutti, e i polacchi non hanno avuto un trattamento migliore. Ma nessuno ne parla. Il film è stato mostrato in Ucraina, circa un mese fa. Ci tenevo molto, ma avevo il terrore di come avrebbero accolto questa visione da esterna. Alla fine, tutti mi hanno detto che di queste cose non avevano parlato mai. Nel film, nessuno ti dice che questa gente è stata ammazzata, è una cosa molto dura per loro. Settant’anni di Unione Sovietica hanno poi cancellato tutte le tradizioni di questi luoghi, che prima erano molto forti. Sono allo sbaraglio. 

Quanto tempo ha trascorso in quel villaggio?
Il lavoro è iniziato cinque anni fa, ma abbiamo cominciato a filmare dopo due anni. Volevo conoscere tutti, non volevo fare un lavoro d’assalto, le persone erano tranquille nell’essere filmate. Tranne le guardie… Abbiamo ricevuto minacce di morte, ma legalmente non potevano impedirci di stare lì fuori. Un paio di volte abbiamo avuto paura perché avevamo tutte le autorità contro. Nessuno credeva fossimo lì solo per un film, credevano volessimo rimpossessarci della casa. 

Nel film, porta avanti le sue ricerche con l’aiuto di due persone del luogo: un ex partigiano e un tassista. Come li ha scelti?
Petro, il partigiano, l’ho conosciuto da subito. È una persona importante per la comunità, anche se ora è molto anziano. Yura, il tassista, è al contrario una persona con cui nessuno vuole avere a che fare, è l’altra faccia di questo paese, il suo lato oscuro. È un traffichino che si arrabatta, come la maggior parte degli uomini di mezza età lì: fanno lavoretti, perché un lavoro vero non c’è. 

Ma neanche loro riescono a ottenere molto. C’è una scena al museo, dove la camera rimane sul volto di Petro mentre la guardiana vi intima di non filmare, che esprime tutta questa frustrazione.
L’assurdità è che era il museo dei partigiani e lui è un ex partigiano! È la tipica mentalità sovietica dove il potere si esprime nella sua forma più negativa, non è possibile un dialogo. Io non ci sono fisicamente nel film, c’è solo la mia voce, ma volevo restituire questa frustrazione e questa fatica. E non avendo modo di mostrarle su di me, le ho condensate in questi due personaggi. La faccia di Petro diventa la mia.

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