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CPH:DOX 2021 - Nordic:Dox Award

Rapporto industria: Parità di genere, diversità e inclusione

Recensione: Seyran Ateş: Sex, Revolution and Islam

di 

Il documentario di Nefise Özkal Lorentzen segue una delle prime imam europee, una femminista che combatte per la parità dei diritti e per un Islam progressista

Recensione: Seyran Ateş: Sex, Revolution and Islam

L'autrice e regista turco-norvegese Nefise Özkal Lorentzen è nota per i documentari che guardano all'Islam in modo controverso, e la sua ultima opera, Seyran Ateş: Sex, Revolution and Islam [+leggi anche:
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, che ha avuto la sua prima mondiale nel concorso Nordic:Dox al CPH:DOX, sicuramente rientra fra questi. La storia stimolante di una delle prime imam europee è, tuttavia, minata dal suo approccio eccessivamente televisivo.

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Seyran Ateş è una figura singolare: avvocatessa per i diritti umani, fondatrice e imam della moschea Ibn Rushd-Goethe a Berlino, dove uomini e donne pregano insieme, il velo non è obbligatorio e i membri della comunità LGBTQ sono i benvenuti. È sotto la protezione della polizia dal 2006 e il film si apre con la lettura di alcune delle centinaia di minacce che riceve sia dai fondamentalisti musulmani che dalla destra europea.

Nella parte biografica del film, Ateş, sdraiata sull'erba al sole, racconta come è cresciuta in una famiglia povera a Istanbul ed è arrivata in Germania quando aveva sei anni. Una volta adolescente, il contrasto tra il modo in cui i suoi genitori patriarcali trattavano lei e i suoi fratelli, e il modo in cui le ragazze tedesche erano libere di andare dove volevano mentre lei veniva chiamata "puttana" per il solo fatto di voler uscire, è ciò che l'ha ispirata a perseguire il percorso che l'ha portata dove si trova oggi. Anche sua madre e sua sorella appaiono nel film, e menziona abusi fisici in casa, quindi questo potrebbe essere un segno di riconciliazione.

La troupe segue la protagonista mentre pronuncia una preghiera nella sua moschea, visita Madrid per l'anniversario dell'attacco terroristico del 2004 e la Norvegia per la commemorazione di Utøya, ascolta le esperienze delle prostitute in un bordello di Berlino e cerca di raggiungere le donne imam tra gli uiguri in Cina. Ma le autorità impediscono ad Ateş di incontrarle e lei finisce per parlare con un paio di donne lesbiche musulmane che sono confuse sulle dottrine del Corano.

Una scena iniziale e inspiegabilmente breve che mostra Ateş andare in tribunale per difendere una legge municipale tedesca che vieta il velo nelle scuole elementari mentre un'insegnante combatte per il suo diritto di indossarne uno, e una conversazione con una donna ministro della Chiesa di Norvegia a Oslo sono i soli casi in cui ascoltiamo le cose più interessanti riguardo alla sua storia. Come concilia gli insegnamenti dell'Islam con il femminismo, il genere e l'uguaglianza LGBTQ, e cosa intende per "rivoluzione sessuale" (una frase che deve sembrare un pugno nello stomaco per qualsiasi musulmano fondamentalista)?

Quando scambia le sue esperienze con il prete norvegese, la loro conversazione è profonda ma l'impressione è scoraggiante: si può essere una donna imam o donna ministro e lottare per i diritti delle donne, ma solo in Germania o in un'altra società dove le leggi civili ti proteggono. E anche lì, è maledettamente difficile.

Un segmento toccante del film mostra il nipote gay di Ateş che ci racconta come è stato vicino alla radicalizzazione dopo la morte del padre omofobo, guardando i video di YouTube sull'Islam, ma il tutto è indebolito dal ridondante sound design pieno di sussurri suggestivi. In un altro segmento, la regista fa camminare la protagonista attraverso una grotta e, imbattendosi in una falla nella parete, urla "Libertà" facendolo riecheggiare: una metafora di cui si poteva fare a meno. E così, invece del documentario provocatorio che il suo titolo promette, ciò che risulta è un ritratto standardizzato di una figura straordinaria.

Seyran Ateş: Sex, Revolution and Islam è prodotto dalla norvegese Integral Films & Litterature; la danese DR Sales detiene i diritti internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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