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“Senza regolamentazione sulle finestre non ha senso acquistare film di qualità nei mercati esteri”

Rapporto industria: Distribuzione, esercenti e streaming

Alessandro Giacobbe • Managing Director, Academy Two

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L’esercente e distributore indipendente ha scritto una lettera al ministro della Cultura per evitare la scomparsa delle sale che promuovono cinema di qualità

Alessandro Giacobbe • Managing Director, Academy Two

Alessandro Giacobbe ha dedicato la sua vita al cinema di qualità, da cinefilo a gestore di un gruppo di cinema storici nel centro di Genova, tra cui il più antico d’Italia, il Sivori, e poi dal 2012 distributore indipendente con Academy Two che ha portato in Italia Parasite e Quo vadis, Aida? [+leggi anche:
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, tra gli altri.

La crisi che stanno vivendo le sale a causa dell’emergenza pandemica e alla conseguente deregulation sui tempi di esclusiva dei film in sala (le “window” – leggi la news), ha spinto Giacobbe a scrivere una lettera aperta al ministro della Cultura Dario Franceschini, che starebbe lavorando a nuovi provvedimenti che prevedono l’abbassamento delle “finestre” dai 90 giorni attuali a soli 45 giorni. Cineuropa lo ha intervistato sia in veste di esercente che di distributore. 

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Cineuropa: Con la lettera si chiede al governo una “scelta coraggiosa” per evitare la scomparsa delle sale che promuovono cinema di qualità e il declino delle società indipendente che portano in Italia film premiati nei più importanti festival internazionali.
Alessandro Giacobbe: L’atteggiamento del ministero è: “c’è una filiera con diversi attori, mettetevi d’accordo e noi ci adegueremo normando il risultato di questa trattativa”. Il problema è che gli attori della filiera sono divisi da esigenze lontane da quelle socie culturali. Quello che si richiederebbe è invece una regolamentazione di tutto il prodotto audiovisivo che esce nelle sale, in modo da tornare al regime prepandemico accettato più o meno da tutti, quando per una sorta di gentlemen’s agreement vigeva una finestra di 105 giorni. Dopo la chiusura delle sale per l’emergenza Covid è scattata una deregulation che ha portato ad una cronologia selvaggia, alla quale però si pensava di porre termine nel momento in cui le sale avessero riaperto.

Qual era la situazione prima della pandemia dal punto di vista del box office?
I risultati dell’ultimo periodo pre-pandemico erano eccezionali. Il 2019 aveva registrato un +15% di pubblico con quasi 93 milioni di biglietti venduti. Un risultato che non si otteneva da anni e che abbracciava sia il prodotto più commerciale che il cinema di qualità. Dunque venivamo da un periodo nel quale le piattaforme si erano già affacciate sul mercato, benché orientate più alla serialità che ai film, ma avevamo comunque un mercato theatrical che funzionava molto bene. Il blocco della pandemia e la deregulation hanno messo ko le sale.

C’è stato un oggettivo spostamento delle abitudini del pubblico a favore delle SVOD.
L’emergenza sanitaria ha costretto il pubblico a cambiare le proprie abitudini, a non andare in sala, non solo perché ci sono i film sulla piattaforma ma soprattutto perché le sale semplicemente erano chiuse, o devi indossare la mascherina. Questo ha spinto a perdere l’abitudine alla frequentazione della sala. Il problema sanitario si è risolto, le sale hanno riaperto. Resta il problema di riportare il pubblico a pensare che il film non può essere visto contemporaneamente o quasi sia in sala che sulla tv. L’esclusiva della sala deve essere ripristinata. C’è una bella differenza tra i 105 giorni ai 30 o 45 di oggi, Le società di distribuzione americane ormai promuovono il prodotto in contemporanea: “dal 15 giugno al cinema e dal 15 luglio sulla piattaforma”. E il pubblico si chiede: perché andare al cinema se con un abbonamento lo vedo a casa?

Le società di distribuzione mainstream affermano che non c’è prova che il pubblico decida di non andare al cinema perché il tempo di attesa è breve, e che questo atteggiamento possa cambiare allungando la window. Molti film realizzano in media il 98% del proprio incasso nelle prime quattro settimane di programmazione.
Questo non è vero per il cinema di qualità, che poi è quello più ignorato dalle piattaforme, ed è appetibile solo per i canali tematici della RAI o Sky. E passano comunque 9-12 mesi dall’uscita. Ma se questo meccanismo si radica nell’immaginario collettivo il cinema d’essai rischia di sparire completamente. Le tv sono orientate al prodotto commerciale e se le sale non funzionano più non ha più senso acquistare i film di qualità nei mercati esteri e portarli in Italia. Le case di distribuzione indipendenti come la nostra dovrebbero fare degli investimenti sui quali non c’è nessun ritorno. Puntavamo sulle sale per recuperare almeno l’80% dell’investimento, oggi ne recuperiamo il 10 o 20.

Academy Two ha cambiato in questi mesi i criteri di selezione dei titoli da acquisire nei mercati?
Vorremmo cercare di mantenere la nostra linea editoriale e la filosofia del passato. Se dovessimo orientarci su un prodotto commerciale non riusciremmo a competere con chi ha strumenti diversi dai nostri. Il nuovo film di François Ozon, una commedia con un taglio decisamente più commerciale dei precedenti, è stato venduto a prezzi per noi inaccessibili. Seguire il mainstream non è il nostro obiettivo.

Come vede l’ingresso di MUBI come nuovo player nella distribuzione di film indipendenti?
Faremo un’uscita concordata con loro, come evento speciale, di Memoria [+leggi anche:
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di Apichatpong Weerasethakul [in concorso a Cannes 2021]. Indubbiamente MUBI è un attore diverso, ha maggiore attenzione per la sala e concede una finestra di sfruttamento più lunga, ma certamente non può coprire tutto il mercato dei film di qualità e non può cambiare da solo le sorti della sala.

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