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KARLOVY VARY 2018 East of the West

Recensione: Suleiman Mountain

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- KARLOVY VARY 2018: Il film vincitore del concorso East of the West a Karlovy Vary è una miscela di folklore kirghizo e melodramma familiare

Recensione: Suleiman Mountain
Daniel Dayrbekov in Suleiman Mountain

La regista nata a Mosca Elizaveta Stishova ha già alle spalle una serie di cortometraggi molto apprezzati, tra cui The Seagull del 2016, un lavoro intelligente, accattivante e vagamente satirico ambientato in una scuola del Kirghizistan, con un vecchio insegnante che vuole che la sua classe impari il russo e uno nuovo che vuole che imparino il turco. Stishova torna in Kirghizistan – e amplia alcuni dei temi toccati nel suo precedente lavoro – nel suo lungometraggio d'esordio, Suleiman Mountain [+leggi anche:
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, che ha vinto la competizione East of the West a Karlovy Vary.

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Cominciamo con Zhipara (Perizat Ermanbetova) che entra in un orfanotrofio ed è felicissima di ritrovarvi Uluk (Daniel Dayrbekov), il figlio perduto da tempo. Quando chiama suo marito Karabas (Asset Imangaliev) per dargli la buona notizia – mentre suo figlio sciorina storie di come suo padre sia forte come gli eroi della mitologia kirghiza – egli si presenta subito, ubriaco, barcollante e con al seguito la sua seconda moglie incinta, Turganbyubyu (Turgunai Erkinbekova). Ma lo strano quartetto salta sul suo furgone fatiscente e – con Zhipara che guadagna soldi come guaritrice e Karabas che truffa e ruba ovunque sia possibile – cercano di sopravvivere all'ombra dell'imponente montagna di Suleiman.

C'è qui una certa quantità di melodramma riconoscibile, con la trama che sembra molto familiare: il ragazzo idolatra il padre; il padre risulta essere un vero disastro; la brutale realtà della situazione colpisce presto entrambi. Ma questa familiarità è compensata dall'intelligente intreccio di Stishova e della sceneggiatrice Alisa Khmelnitskaya che combina alcuni tropi narrativi tradizionali con un esame del folklore kirghizo. Zhipara potrebbe usare le sue abilità per imbrogliare la gente, ma invece in lei c'è una vera fede. Le scene che descrivono le pratiche e le canzoni popolari di un paese poco conosciuto ai più sono affascinanti ed esotiche, ma non sembra mai un esercizio di voyeurismo a buon mercato o turistico.

Le performance brillano, ciascuna introduce un elemento in più al film e un intrigante senso di dualità: Imangaliev riesce a rendere Karabas carismatico ma quasi patologicamente spericolato ed egoista, mentre Ermanbetova infonde a Zhipara una determinazione d'acciaio e spirituale, tinta di un senso di disperata solitudine. Lo stesso vale per il ragazzo al centro di tutto, poiché Dayrbekov dà una prova incredibile nei panni di un Uluk innocente ma spaventosamente mondano.

Queste giustapposizioni sono presenti anche nella fotografia, con la camera di Tudor Vladimir Panduru che mostra le vedute sterminate della campagna del Kirghizistan accanto all'angusta e claustrofobica "casa" che la nostra insolita famiglia abita. Proprio come i protagonisti, il paese sta combattendo per contenere due elementi diversi: il folklore del passato e, negli anni successivi alla sua liberazione dal dominio sovietico, un futuro traboccante di croci e delizie della modernità.

Il film è già stato proiettato in numerosi festival, ma forse senza un grande feedback in Europa. Dopo la sua prima europea nella competizione East of the West di Karlovy Vary (dove ha poi vinto), ci dovrebbe essere un rinnovato interesse per il film, anche da parte delle sale d’essai. Se si considera che una leggenda come Larisa Shepitko fece il suo debutto con un film ambientato in Kirghizistan, la futura carriera di Stishova sarà da seguire con molto interesse.

Suleiman Mountain è una coproduzione russo-kirghiza. Le società di produzione sono Laeto Films, Virtual Kick Studio e Y-Yatsura per la Russia, e Aitysh Film per il Kirghizistan; le vendite sono gestite dalla russa Antipode Sales & Distribution.

(Tradotto dall'inglese)

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