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Luciano Accomando • Regista

"Trattare l'immigrazione da un altro punto di vista, come una risorsa"

di 

- Luciano Accomando ci parla al 19° Festival del cinema europeo di Lecce del suo documentario Immagine dal vero, che racconta storie di successo di donne e uomini immigrati in Sicilia

Luciano Accomando • Regista

Non solo barconi, emarginazione, criminalità. Le storie degli immigrati in Italia sono anche storie di successo: questo racconta Immagine dal vero [+leggi anche:
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intervista: Luciano Accomando
scheda film
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, un documentario diretto dal regista palermitano Luciano Accomando che inverte il punto di vista e racconta l’esperienza di cinque donne e sette uomini emigrati in Sicilia (da Africa, Bangladesh, Romania…) che ce l’hanno fatta e si sono integrati grazie al lavoro e a chi ha creduto in loro. Il doc, eletto miglior film al Social Machinery FF e premiato dal pubblico ai festival di Sciacca e Terni, è stato proiettato al 19° Festival del cinema europeo di Lecce, sezione Cinema e realtà.

Cineuropa: Dove ha trovato queste storie e come le ha selezionate?
Luciano Accomando:
Siamo partiti da una ricerca psicosociale diretta dal dottor Angelo Scuzzarella, volevamo innanzitutto capire da cosa nasce il pregiudizio, il motivo per cui spesso gli immigrati non hanno autostima e si abbandonano a se stessi. E’ stato fatto uno studio sul campo, attraverso interviste nelle scuole, la compilazione di questionari, e un po’ a naso abbiamo fatto questa selezione, analizzando le varie storie. Alcune ce le siamo perse per strada, mentre invece Adham (un medico di origine palestinese, ndr) è stato un acquisto dell’ultimo momento, ma che ha arricchito tantissimo il racconto.

L’idea di partenza era raccontare l’immigrazione da un altro punto di vista, come una risorsa. In Sicilia, dove il fenomeno migratorio è massiccio, ci sono esempi di successo che possono essere un modello di riferimento per gli altri. Il lavoro di pre-produzione è stato lunghissimo, abbiamo dovuto conquistare la fiducia di queste persone, perché c’è anche il loro pregiudizio nei nostri confronti. Ad esempio, volevamo raccontare la nascita di un bambino in terra straniera, è stato difficilissimo trovare una coppia disposta a raccontarsi, poi fuori a un supermercato c’era questa donna incinta, Linda. Lei era a Palermo da sola, suo marito era rimasto in Ghana, l’abbiamo seguita tutto il tempo e continuiamo a farlo anche oggi. Il giorno in cui è nata Marzia c’eravamo solo noi della troupe, non un amico né un parente. Non è stato facile entrare in contatto con queste storie, ad esempio Fatah, responsabile amministrativo di Emergency, mi disse che non mi avrebbe mai parlato del suo viaggio nel deserto. Lui parla del tema con grande intelligenza, ma ha un vissuto che sta provando a dimenticare, perché è terribile.

Il doc, che è suddiviso in capitoli, ha un impianto di tipo giornalistico, ma anche una certa cura delle immagini. Come ha lavorato su tutto il materiale raccolto?

Abbiamo utilizzato la steadicam, c’è molto movimento, anche la scelta delle location è stata accurata. Il progetto è durato 18 mesi, intensissimi. Ho prima parlato con queste persone, e poi ho provato a restituire tutto quello che ci eravamo detti attraverso le immagini, ricreando quell’atmosfera. C’erano tantissime ore di girato, ho sbobinato tutto io, personalmente, perché volevo rimmergermi nelle loro storie e curare ogni dettaglio, la cosa difficile è stata tagliare per mettere insieme le frasi affinché diventasse un discorso unico. Non volevo un intervento da parte mia, l’unico modo per costruire questo doc era attraverso le loro parole. La divisione in capitoli viene dal fatto che sono anche uno scrittore, è un modo un po’ letterario di interrompere e far respirare lo spettatore, ma anche di stimolare la curiosità.

Rispetto all’idea di partenza, che cosa ha imparato girando questo documentario?
Che c’è grande ignoranza sul tema, tanti luoghi comuni, fake news. In questo, i media hanno una grande responsabilità: immigrati, clandestini rifugiati, terroristi vanno a finire in un unico calderone. Lo Stato, l’Europa devono intervenire, altrimenti si scarica il fenomeno sulla società civile e si innesta una guerra fra poveri. E’ importante dialogare, l’integrazione è un percorso bilaterale, io ti accolgo e tu mi accogli. E poi non ci sono solo gli immigrati dei barconi, c’è chi è arrivato in Italia perché ha trovato l’amore, chi ci è venuto per studiare, chi ci è rimasto suo malgrado. Desmond, ad esempio, non è potuto più rientrare in Sierra Leone perché nel frattempo era scoppiata nel suo paese la guerra civile. E’ stata dura, ma lui non si è mai rassegnato al suo destino di “subalterno” e oggi allena con successo una squadra di basket. Il successo per queste persone è stare bene con se stessi, con gli altri, impegnarsi in un lavoro, integrarsi.

Prima accennava al fatto che questo suo documentario può rappresentare un modello di riferimento per altri immigrati. Che tipo di distribuzione avete in mente?
Intanto sul sito internet (immaginedalvero.com) c’è il progetto Adotta il film, grazie al quale si può fare richiesta per proiettarlo in tutta Italia. L’obiettivo principale sono le scuole, ma anche i centri d’accoglienza, le associazioni e così via. A ottobre uscirà il cofanetto edito da Leima, e stiamo provando a trovare accordi con le emittenti tv. Il film è un vero e proprio strumento sociale e di sensibilizzazione, per offrire agli immigrati un modello cui ispirarsi e per offrire agli autoctoni la possibilità di comprendere meglio il fenomeno. Gli italiani hanno bisogno di conoscere queste storie per accoglierli e loro hanno bisogno di farsi conoscere. La speranza è che il messaggio arrivi anche all’Europa.

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